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domenica 25 febbraio 2018

Cronache dall'esilio/2 Ora chiudo gli occhi e mi risveglio il 5 marzo.

Non credo di dire una cosa particolarmente nuova o originale se affermo che non ho mai visto una campagna elettorale così indecente ed infima come questa. Per fortuna questo osceno teatrucolo tra pochi giorni finirà per lasciar posto a quello che c'era prima: chi deve comandare comanda, chi deve ubbidire mugugna ed esegue, scaricando le frustrazioni nel campionato di calcio e fumandosi in pace la radiomariadefilippi.
Questa campagna elettorale è la più verminosa di tutte quelle che ho osservato. E dire che se non sono decrepito non sono nemmeno di primo pelo. Pensate un po', ricordo che da bambino facevo collezione di volantini elettorali, allora davvero gettati a profluvi in pasto al volgo, altro che internet e social. Ricordo persino la campagna elettorale del '76, forse la più "cattiva" dai tempi di Don Camillo e Peppone (ma, ancor prima, ricordo quella del '72 grazie ad un gadget particolarmente simpatico: un paio di baffoni di cartoncino proposti non da Peppone ma da un candidato del PLI, con lo slogan "un partito con i baffi"). Anche se avevo soltanto una decina d'anni, ero come oggi un bimbo curioso e, devo dire, quegli umori li respiravo tutti. Quattro giorni prima del voto, Enrico Berlinguer avrebbe di fatto ufficializzato la svolta filoatlantica del Pci intervistato sul Corriere da Gianpaolo Pansa. E quindi sarebbe arrivato il famoso compromesso storico con la Dc, quindi i governi della non sfiducia e infine, a sigillo definitivo, il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro. Che a loro volta avrebbero spalancato, insieme alla Marcia dei Quarantamila quadri Fiat del 1980 a Torino, la fine di tutto e l'inizio del Nulla che ancora oggi ci avvolge e soffoca senza speranza alcuna.
Ecco, chi allora c'era si diverta pure a confrontare quel periodo di piombo con questo in cui viviamo, costituito in via pressoché totale da "materia organica anfibia comunemente detta merda", per prendere a prestito la gentile e geniale frase del Sergente Hartman di Full Metal Jacket.
L'unica cosa in comune che persevera indisturbata oggi come ieri è la strategia della tensione, questa volta declinata in versione soft attraverso la pantomima tragicomica dei cortei dei corifei antifascisti gettati in strada contro le controfigure dei fascisti su Marte. Roba che, davvero, fa domandarsi con angoscia il perché non si cambi un po' genere. Magari cortei dei guelfi contro i ghibellini o dei curiazi contro gli orazi, giusto per scacciare un poco la noia mortale, insomma. Per fortuna esistono anche quelli che non si prendono sul serio, tipo Feudalesimo e Libertà, che se si presentassero davvero alle elezioni avrebbero il mio voto convinto e determinato. 
Qui dall'esilio - lo confesso - ho da poco compiuto un blitz nel fango totale di Facebook. Ho indossato una sorta di scafandro spaziale, ho aperto il portello e ho fatto un giro, dal momento che Fb, se usato correttamente (quindi a dosi omeopatiche), può anche essere parte del mio lavoro, quello serio.
È stato come guardare dentro nel Palantir, la sfera magica del Signore degli Anelli: di peggio non avrei potuto vedere. Ho quindi richiuso tutto, mi sono stretto le mani da solo per aver scelto il mio buen ritiro e, dopo un paio di convenevoli e di post dedicati a cose serie, ho risigillato il portello, rimesso la chiave al suo posto e mi sono tolto finalmente il casco appannato.
Ora non mi resta che mettere sul piatto un bel disco dei Tangerine Dream Anni '70 o rivedermi per l'infinita volta il Live at Pompeii dei Pink Floyd, chiudere gli occhi e magari svegliarmi il 5 marzo per osservare quel che sarà rimasto di tutta la cartapesta sporca e sbrindellata agitata in questi mesi come fosse sacra scrittura o come fosse antani.
Mesi in cui, inevitabilmente, non ho fatto altro che ripensare, per dare un senso al tutto, alle supreme lezioni di Giorgio Gaber.
Chi le conosce sa di che cosa sto parlando, chi non le conosce inizi a studiarsele. Ci sarà stato un motivo se - rammentava spesso - lui stesso non andava più a votare dal 1976... Non a caso, proprio da quelle elezioni che ricordavo anch'io più sopra. Quelle del "mancato sorpasso" Pci-Dc, per un pelo, che tanto sarebbe comunque stato lo stesso come in effetti fu.
Ecco, sapevatelo: dopo il 4 marzo sarà lo stesso anche questa volta. Né più né meno. Quelli che tiravano i fili nel '76 (e nel '46) sono gli stessi che continuano a tirarli indisturbati ancora oggi e - a meno di pesanti rivolgimenti geopolitici - li tireranno indisturbati anche domani.
Vale davvero la pena di agitarsi così tanto assecondando i loro movimenti e giocando al loro gioco con le cartacce sporche?

Ascolto consigliato: Giorgio Gaber - La Democrazia

giovedì 19 ottobre 2017

Referendum lombardo e veneto: "Odio gli ignavi" e anche gli autolesionisti. Chi non vota è il miglior testimonial a favore del centralismo


Non è certo un mistero che, tra le altre cose, mi consideri un indipendentista acceso e radicale. E questo da un quarto di secolo, sempre a fianco delle ragioni di ogni popolo in cerca di autodeterminazione e contro la sopravvivenza di quei fetidi feticci ottocenteschi rappresentati dai cosiddetti "Stati nazione" (che poi nazioni non sono), sempre più inutili, sempre più dannosi, sempre più odiosi e antidemocratici.
Malgrado questo, e soprattutto per questo, alla vigilia di un appuntamento come quello dei referendum consultivi sull'autonomia che si tengono in Lombardia e Veneto, da piemontese residente in terra lombarda andrò a votare con grande convinzione e motivazione. Per il sì, è chiaro e naturale.
Sappiamo tutti - e tutti a partire dai promotori l'hanno detto con chiarezza - che con quanto accade in  Catalunya tutto questo non c'entra niente. Purtroppo, aggiungo io, ma questo è ancora un altro discorso.
Nonostante ciò, il significato e il dato politico di questo voto consultivo sono profondi.
Ogni qual volta sia possibile gridare, sussurrare, dichiarare, sostenere, firmare, controfirmare ogni iniziativa rivolta a percorrere la lunga e complicata strada della restituzione di poteri, competenze, diritti, legittimità dal centro ai territori, il girarsi dall'altra parte sarebbe soltanto stolto quando non criminale.
Ci possano essere simpatici o antipatici i promotori, ci possano apparire belli o brutti, interessati o disinteressati, furbi o cretini, utili o futili, il tacere quando ci viene chiesto se vogliamo riportare a casa o no quello che è nostro si trasforma in nient'altro che in una complicità di fatto con un potere tanto più lontano ed alto ed irraggiungibile tanto più è centralizzato e sordo alle istanze territoriali.
Si dirà che questo referendum non produce nulla, non fa scattare niente, non porta ad alcun risultato immediato e concreto. Può essere, mi auguro proprio di no, ma può anche non essere: un forte consenso popolare alla richiesta di più autonomia, quindi più poteri ai territori, quindi a noi stessi, è un dato politico fondamentale per poter pretendere una trattativa.
Viceversa, il dato politico che emergerebbe da una scarsa partecipazione sarebbe incontestabile e ci verrebbe sbattuto sul naso per i prossimi cent'anni: ai lombardi e ai veneti dell'autonomia non frega assolutamente nulla. Sono stati zitti quando potevano parlare, continuino pure a tacere e a pagare.
Per questo motivo la cieca ostinazione con cui certi "indipendentisti duri e puri" si affannano per far fallire il referendum è nient'altro che una incomprensibile connivenza con il nemico. Diventano, di fatto, le quinte colonne del centralismo e della conservazione dell'asse di potere Stato ottocentesco/Superstato Ue. 
Un'altra considerazione: una scarsa partecipazione al voto lombardo e veneto sarebbe una tomba non soltanto per le speranze delle due Regioni interessate, ma anche per tutte le altre. Con quale credibilità si potrebbe allora chiedere più autonomie e poteri per il Piemonte, la Liguria, l'Emilia-Romagna, ma anche per la Puglia e la Calabria, a titolo di esempio?
Mi ripeto: andare a votare ai due referendum, oggi, è l'unica possibiltà, del tutto legale e vincolante almeno da un punto di vista politico, che abbiamo per alzare la voce nella nostra legittima pretesa che ci venga restituito quello che è nostro: almeno alcuni pezzi di quei poteri che il centralismo romano sta viceversa regalando a mazzi al centralismo di Bruxelles.

Se invece le quinte colonne non sono effettivamente tali, allora non cerchino scuse per la loro ignavia. O per la loro idiozia. Perché si comportano proprio alla stregua del solito marito armato di cesoie contro se stesso per far dispetto alla moglie. Il non plus ultra dell'intelligenza.
Ci sarebbe infine una terza ipotesi. I massimalisti "duri e puri" hanno in realtà in tasca un piano alternativo: fare la rivoluzione al di fuori delle urne e della democrazia. Ce lo spieghino, ce lo illustrino, si mettano in marcia e se saranno convincenti molto di più di quanto pensano di esserlo nel tentare di farci stare a casa, li seguiremo fiduciosi e con lo sguardo proiettato verso i luminosi destini.

Però di barricate pronte non se ne vedono. All'orizzonte vedo le urne. E sempre più motivazioni per andare a votare, ben consapevole del fatto che quello di domenica 22 ottobre sarà soltanto un inizio per l'ancora lungo e difficile percorso di affrancamento. 
Ma, soprattutto, ancora più consapevole che il non andarci comporterebbe soltanto la sua indiscutibile fine.

Ascolto consigliato:
Fba, "Ol Pal", traduzione in lombardo bergamasco della celebre canzone catalana "Estaca" di Lluis Lach

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Mi chiamo Gioann March Pòlli (Giovanni Marco Polli all'anagrafe italiana). Sono giornalista professionista e per quasi diciotto anni mi sono occupato di politica, culture e identità per il quotidiano la Padania. Credo nella libertà assoluta di pensiero e odio visceralmente le catene odiose del "politicamente corretto". E non mi piacciono, in un libero confronto di idee, barriere ideologiche, geografiche o mentali. Scrivetemi a camera.nord@libero.it