giovedì 16 febbraio 2017

Là dove c'era una citta europea ora c'è un pezzo di Sahara. Grazie davvero, almeno siete stati chiari



E così, con supremo sprezzo del ridicolo e altrettanto disprezzo per il paesaggio e per l'architettura milanesi, Piazza Duomo a Milano è stata trasformata, con palme e banani pagati da Starbucks, in un pezzo d'Africa. Quando la piazza era quella raffigurata qui sopra, Paolo Conte scriveva quel celebre verso di "Azzurro": "Cerco un po' d'Africa in giardino, tra gli oleandri e i baobab". Chissà che cosa può pensare oggi di quella sua visione senza dubbio poetica per il suo giardino ma realizzata davvero in modo così pacchiano in uno dei salotti europei un tempo più belli e affascinanti, trasformato in discarica a cielo aperto per tutte le cretinerie à la page.
Non c'è scampo alla globalizzazione, sembrano ordinarci le multinazionali. Un ordine subito ben recepito e attuato dalle "sinistre" al governo che amano tanto il Continente Nero da volerne importare il più possibile là dove non c'era l'erba ma c'era comunque una città non certo tropicale.
Nel 1999, il sindaco Albertini commise da parte sua l'errore madornale di togliere le insegne luminose da Palazzo Carminati. Quei neon erano la storia di una città che ci credeva, investiva, produceva ed era - si diceva allora - MODERNA. Andati, persi per sempre. Ed oggi la modernità di piazza Duomo che ci resta è un paesaggio da cammelli e scimmie. Scenario perfettamente compatibile con le comparsate degli islamici quando scelgono il sagrato di Piazza Duomo - come è già accaduto - come palcoscenico per i loro salamelecchi. Quello che vedete ora, là dove c'erano quelle insegne, quell'albero di Natale e quel presepe della foto, è il perfetto specchio di quello che lorsignori vogliono per il nostro futuro. D'altra parte non ci dobbiamo affatto stupire. Ce l'avevano già detto chiaro e tondo. Quella sotto i nostri occhi è la plastica rappresentazione del sogno boldriniano dello "stile di vita dei migranti che presto sarà il nostro stile di vita". Soltanto "non c'è il leone, chissà dov'è".
In compenso sappiamo benissimo dove si trovano quelli che sono stati leoni la sera prima. Sono lì, tronfi e gonfi, tutti ben insediati al loro posto a Palazzo Marino, a cinquanta metri dai palmizi a sorseggiare una tazza di brodaglia americana. Alla faccia del nostro nuovo deserto cittadino.

giovedì 22 dicembre 2016

Anche la vittima italiana di Berlino se n'era andata "fuori dai piedi". Facciamolo tutti.

Non passa giorno in cui le contraddizioni sempre più visceralmente stranianti di quest'epoca lercia di fine impero non si manifestino sempre più grottesche ed insostenibili.
Il ministro del lavoro artefice della macelleria del jobs act, sopravvissuto come la stragrande maggioranza dei suoi sodali alla disfatta referendaria, tale Poletti dall'aspetto e dall'accento di un Guccini svuotato di ogni contenuto, riempito degli ordini dei padroni, rileccato ed esteticamente reso simile a un prodotto da reality show berlusconiano, proclama tutta la sua bestialità circa i giovani in fuga da questo Paese immondo e marcescente straparlando del bene che alcuni di loro farebbero ad andarsene "fuori dai piedi".
Poco dopo, una di questi giovani, convinta di essersene andata in Germania proprio perché l'italia è "un Paese di dinosauri", cade vittima della lotteria islamica che, in questo Occidente ormai privo di qualunque genere di appiglio culturale e identitario nonché di amore per se stesso e per la sua Storia, ogni tanto reclama le sue vittime scelte a caso nel mucchio.
Il ministro, di converso, recita il pater-ave-gloria ma resta al suo posto, perché i dinosauri non si vogliono estinguere. Il potere che li mantiene in vita è più forte di qualunque meteorite di dignità, di rispetto, di buon gusto. Gli stronzi restano sempre a galla quando le fogne sono in piena, possiamo dire, pareggiando così con gli interessi il conto del buon gusto ministeriale.
Quanto alla giovane che se n'era andata "fuori dai piedi" - recitano le cronache - era un'immigrazionista convinta. Repubblica, il vangelo quotidiano dei borghesi progressisti e politicamente corretti di regime, è stata chiara: "Cittadina del mondo, Fabrizia appartiene alla cosiddetta generazione Erasmus, ha scelto un percorso formativo orientato all’integrazione tra i popoli e alla lotta alla discriminazione". Così l'ha descritta.
Riposi in pace, con enormi dolore, rabbia e tristezza.
Ma non si può non osservare che chi ha costruito questo sistema bestiale, in cui ci hanno instillato l'idea folle e demenziale per cui sarebbe cosa saggia rinunciare a tutto ciò che siamo, abbattere tutte le difese, aprire le porte alle invasioni fisiche e paraculturali, ha iniziato a divorare pure i propri figli.
L'incattivimento  osceno di reazione, per cui già fischiano i "peggio per lei, se l'è cercata", è qualcosa che stigmatizzare non serve. Abbiamo perso di vista il fatto che curare i sintomi sia del tutto inutile, quel che serve è curare le malattie che li provocano. Ammesso che si possa ancora parlare di malattie. In realtà, è sempre più evidente che siamo già morti da un pezzo e ancora non ce ne siamo accorti.
Andiamocene tutti "fuori dai piedi" il più lontano possibile, preferibilmente agli antipodi. È meglio. Chi può farlo, si salvi fino che è in tempo.

Consigli per l'ascolto:
Cristiano De André - Tempi Duri

lunedì 19 dicembre 2016

Corazza, lancia e cavallo oppure poltrona, birra e rutto libero?

Ci sono passaggi, nella vita di una persona, in cui si pongono questioni amletiche. Tipo quella del titolo: un dubbio esistenziale mica da ridere. Gli è che le sinusoidi del pensiero e dell'umore continuano ad oscillare sul piano cartesiano, spesso più sfasate che in fase tra loro o in libero battimento. Ma in un attimo, ascisse e ordinate si sono ritirate e sono ritornate all'origine zero, lasciando le curve cadere nel vuoto, dopo aver ondeggiato per un istante perplesse come Willy Coyote prima nello schianto in fondo al canyon.
E quindi morire, dormire, sognare forse, come cantavano magistralmente in inglese i New Trolls nell'Adagio del loro primo Concerto Grosso (e forse come scriveva un certo drammaturgo qualche secolo prima di loro)? Ubriacatura di ideologia e impegno tipo Anni '70 oppure ubriacatura di vodka e figa tipo Anni '80 (e seguenti)? Don Chisciotte o Ultima Thule? Michelangelo Antonioni o Alvaro Vitali? Rachmaninoff o Giovanni Allevi? Caruso o Il Volo? Giovanna Marini o Orietta Berti? La Pfm o Rovazzi? Kafka o Baricco? Beckett o la Tamaro? Il Meriggiare di Montale o la Vispa Teresa? Nunzio Gallo o Gigi D'Alessio? Una Ford Mustang del '69 o una Fiat Duna dell'89? Continuate voi, l'elenco dei dubbi amletici è lungo.
Nel frattempo, adagiato sul divano Anni '60 con le zampe di ferro collocato nella"zona pensatoio" della Camera a Nord, mentre il compianto Greg Lake continua malgrado tutto dai diffusori ad invitare dolcemente a prendere un ciottolo, tirarlo nel mare e guardare le onde sull'infinito arabesco proveniente dallo Steinway di Keith Emerson, non trovo risposta.

Aver combattuto da individuo libero e sulla tastiera e per le strade (per quanto possibile) una battaglia contro un mostro dei nostri tempi come il dittatorucolo di Pontassieve, il Genio Bomba post-berlusconiano con il suo orrido tentativo di piegare ai suoi voleri la Costituzione nata dal sangue dei partigiani utilizzando per dima le tette e le cosce della Mari Boschi, mi ha esaurito mica poco.

Soprattutto perché l'orrido e infido personaggio, al cui confronto Giuda è rifulgente esempio di lealtà e rettitudine, smentendo come da copione le sue promesse di ritirarsi a vita privata in caso di sconfitta al referendum, è sempre lì. Chiagne e fotte, fotte e chiagne con quel suo fare toscano che me lo fa liberamente associare al Pacciani con i suoi compagni di merende. I quali, in questo caso, restano tutti quanti al governo guidato dal suo braccio destro, l'ex maoista pentito e convertitosi al banchierismo più servile. Tutti meno una, sostituita da un'altra fenomena (così non sono sessista) che a quanto pare, circa la laurea, si è manifestata bugiarda ancor più bugiarda del Genio toscano. Dire che hanno la faccia come il culo, come ha elegantemente pennellato uno di loro nei confronti di uno di loro colpevole di essere stato un po' meno uno di loro, è dir poco.

Ecco, mi è bastato riparlare di questo argomento per togliermi qualunque voglia di occuparmi anche di cose ben più importanti, e per risolvere almeno qualcuno dei dubbi di cui sopra. Ho voglia di lasciare il cavallo nella stalla, di biada per nutrirsi ne ha per un bel pezzo, che si arrangi un po' da solo. E poi ho finito il Sidol per la corazza. Mi scoccia uscire dal bosco, andare in città per comprarne un altro bidone. La lancia è spuntata e vi sono incastrati pezzi di pale dell'ultimo mulino. Basta così, mi sale uno sbadiglio.

Mi stappo una red ale, ci sta pure un mezzo toscanello, mi giro dall'altra parte sul divano con le zampe di ferro. Fuori, a Nord, è grigio e spero molto nella neve. Almeno quest'anno.
Però fatemi un piacere, sapete che vi voglio bene: almeno Allevi, Il Volo, Alvaro Vitali, Gigi D'Alessio e la Fiat Duna portatemeli voi via di qui.
Grazie.

"Prendi solo un sasso e scaglialo nel mare. Poi guarda le onde che si dispiegano dentro di me. Il mio volto si riversa così gentilmente nei tuoi occhi, agitando le acque delle nostre vite.
Frammenti dei nostri ricordi giacciono sulla tua erba. Parole ferite dalle risate sono cimiteri del passato. Le fotografie sono grigie e strappate, sparse nei tuoi campi.
Le lettere dei tuoi ricordi non sono reali. La tristezza sulle tue spalle è come un soprabito consumato. Nelle tasche sgualcite e strappate restano appesi gli stracci delle nostre speranze.
Lo spuntare del giorno è la tua mezzanotte, i colori sono tutti spenti. E agitano le acque delle nostre vite, delle nostre vite. Delle nostre vite...

Consigli per l'ascolto:
Emerson, Lake and Palmer: Take a Pebble

domenica 7 febbraio 2016

L'era del silicone bianco.

Non riesco a vedere alcuna differenza di valori assoluti tra il promuovere con i soldi pubblici la venerazione ad uso del popolino di un grottesco fantoccio fatto di ossa, tessuto mummificato e silicone e l'imporre ad un altro popolino, sempre con i soldi pubblici, la decostruzione ideologica e giuridica di ciò che è più umano, vale a dire il fatto che ogni essere della nostra specie abbia una mamma, e la sua trasformazione in denegabile o rinnegabile "concetto antropologico".
Stessi prodotti malati di analoghe schizofrenie incurabili da fine impero.
Se credessi nell'esistenza del maligno, direi che tutto questo è opera sua.
Ma non credo nell'esistenza del maligno. Credo molto, invece, nel determinismo delle civilità umane: esse nascono, vivono, si espandono, poi declinano e muoiono. Tutte con gli stessi sintomi schizofrenici. E questo è un dato storico, non ideologico.
Ciascuno decida per sé a che livello è arrivata la nostra civiltà occidentale.
Per quello che penso io, quel catafalco con quel fantoccio insieme alla gente che si fa i selfie davanti è esattamente lo specchio perfetto della nostra morte già avvenuta a nostra insaputa.
Siamo tutti quanti nient'altro che zombie ricoperti di silicone bianco.

lunedì 11 gennaio 2016

Polonia: strepiti Ue per la riforma della Tv di Stato. Ma quella di Renzi è uguale, e tutti zitti

La chiamano “Legge bavaglio” sull’informazione pubblica, tutti gli organi di stampa ne sono scandalizzati e danno conto della manifestazione con “decine di migliaia di partecipanti” a Varsavia contro la “svolta autoritaria” del nuovo governo polacco eurocontrario guidato dal premier Beata Szydło, appartenente al partito “Libertà e Giustizia” di Jaroslaw Kaczynski
Ma che cosa prevede la riforma dell’emittenza radiotelevisiva di Stato polacca che tanto scandalizza gli europeisti? La nomina diretta dei responsabili di reti e testate da parte del ministero del Tesoro. E, a giudicare dalle reazioni indignate a livello europeo, si deve trattare davvero di qualcosa di molto simile a un “golpe strisciante” (la definizione è di “Repubblica”) al punto che la stessa Commissione Europea ha inviato, nei giorni scorsi, una comunicazione al governo di Varsavia in cui sottolinea “che la libertà di stampa e il pluralismo dei media sono fondamentali per il funzionamento della Ue”. Addirittura, se ne parlerà in Commissione Ue il 13 gennaio.
Peccato soltanto che la riforma dell’emittenza pubblica in Polonia, che tanto scandalizza la stampa anche quella “libera e democratica” nostrana, sia praticamente una fotocopia della riforma Rai di Matteo Renzi. E nessuno se ne accorge, oppure se ne accorgono tutti ma fanno finta di niente.

A dirla con un Edoardo Bennato d’antan, “meno male che adesso non c’è Nerone”, insomma.
Eppure sarebbe sufficiente per i coraggiosi paladini della libertà di informazione fare un piccolo sforzo per scoprire che l’informazione pubblica voluta da Renzi è tale e quale, in sostanza, quella voluta dai “nazionalisti e populisti euroscettici” polacchi. La Rai di Renzi prevede infatti un Cda con limitati poteri di sette membri, di cui due di nomina della Camera, due del Senato (che non sarà più elettivo), uno direttamente del governo e uno solo dei dipendenti. Con il combinato disposto dell’italicum, che prevede una maggioranza assoluta della Camera al governo, e con l’eliminazione dei poteri della Commissione di Vigilanza  che garantiva all’opposizione strumenti di controllo, il Cda della Rai è servito su un piatto d’argento, chiavi in mano, all’esecutivo.
Ma quello che conta davvero nella gestione dell’azienda è il potere di nomina diretta dell’amministratore delegato da parte del governo. Un Ad che fa parte del Cda e vota, tra l’altro. E che cosa fa l’Ad di stretta nomina ed osservanza governativa? Designa i direttori di rete, di testata, di canale e i dirigenti di seconda fascia. Senza nemmeno la necessità di un voto dello stesso Cda, il cui parere sarà obbligatorio ma non vincolante. Oplà, quella Polonia autoritaria che tanto scandalizza i paladini della libertà di informazione, noi ce l’abbiamo servita direttamente in casa senza colpo ferire e senza un lamento. Senza quindi che nessuno scenda per strada a manifestare, senza che la Ue si laceri le vesti e si metta a gridare allo stupro della stampa.
Viene a questo punto il dubbio: siamo sicuri che tutto questo scandaloso strabismo da parte dei colleghi italiani circa la situazione in casa propria sia determinato non tanto da scarsissima diligenza professionale quanto da quell’ossequiosa riverenza al potere sempre indispensabile al mantenimento della propria scrivania? E tutta questa solenne preoccupazione altrettanto strabica da parte dell’oligarchia Ue circa il futuro della libertà di informazione in un suo Paese membro non ci suggerisce proprio nulla? D’altra parte una Ue che strepita contro i rischi di montanti di “xenofobia e razzismo” e poi sostiene apertamente il governo ucraino di Kiev ostaggio delle forze apertamente filonaziste non può più sorprendere nessuno. Soltanto gli ingenui.

Ascolto musicale consigliato:
Meno male che adesso non c'è Nerone...

giovedì 29 ottobre 2015

Ungheria '56, ovvero dell'impossibilità di una rivoluzione se la geopolitica non la permette. Ieri come oggi

Cinquantanove anni fa, esattamente in questi giorni, il popolo ungherese insorgeva coraggiosamente e drammaticamente contro il regime filosovietico. Come andò a finire è cosa nota. Ancora oggi, spunto migliore della tentata rivoluzione ungherese del '56 non ci può essere, per arrivare a una triste ed inevitabile considerazione: se la geopolitica non lo permette, nessuna rivoluzione è possibile. 
Non è infatti praticabile una via rivoluzionaria contro un regime soltanto perché "la gente non ne può più", se i poteri sullo scacchiere internazionale la condannano invece inesorabilmente a dover continuare a sopportare. Nel '56 la logica di Yalta era ferrea: uscire dalla zona di influenza sovietica era semplicemente irrealizzabile. Così sarebbe stato per la Cecoslovacchia del '68 e finanche per la Polonia di Solidarnosc, "salvata" dall'autogolpe del generale Jaruzelski per evitare a sua volta l'arrivo dei carri armati sovietici.
Questo dovrebbe insegnarci a leggere il presente. Oggi, pensare di uscire dalla zona sottoposta all'oligarchia politico-finanziaria vincitrice della Guerra Fredda, e quindi delle gabbie parzialmente sovrapposte di Unione europea e Nato, è semplicemente impossibile. I tre golpe morbidi attuati dalla Troika negli ultimi anni (in realtà quattro, che la Grecia ne ha conosciuti due) in italia, Grecia e Portogallo, quest'ultimo passato sotto silenzio completo almeno dell'informazione italiana, insegnano che dalla morsa non si esce.
Eppure, all'epoca del primo golpe greco, quello di Papademos del 2011, i greci in piazza scesero eccome. Con il risultato di venire pestati ferocemente dalla polizia, nel silenzio quasi completo dei salotti allineati con le oligarchie regnanti. Poi arrivò Papademos, uomo Goldman-Sachs come Monti in italia, poi il "largointesista" Samaras e infine il grande truffatore Tsipras, oggi ricondotto, come era logico che fosse, alla ragione dell'eurocrazia e divenuto succube della Troika tanto quanto i suoi predecessori.

Questo dovrebbe insegnare che una ribellione contro gli oligarchi non è possibile. Sia di piazza, sia per via elettorale. Si può al limite tentare di sabotarli con granelli di sabbia, fare controinformazione, fare resistenza passiva. Ma scalzarli no. Non ci si può illudere. Lo stesso potere ha messo in atto strumenti di gatekeeping, cioè di veicolazione del dissenso verso movimenti o situazioni politiche utili al potere, davvero formidabili. Per esempio, la creazione in italia di due movimenti di opposizione al regime, separati ed inconciliabili come il M5S e la Lega. Spezzare in due la massa critica è esattamente quello che serve per mantenere in eterno il Pd al comando, a maggior ragione dopo le riforme della legge elettorale e costituzionale, varate attraverso le larghe intese con Berlusconi prima e a colpi di fiducia parlamentare poi.

Oggi soltanto uno Stato sta per ora sfuggendo da questa logica, ed è proprio l'Ungheria. La Polonia dopo il voto che ha premiato l'euroscettico Kaczinsnki invece non vi sfugge del tutto, dal momento che può permettersi di opporsi ai diktat Ue soltanto perché ha in casa un abbondante quantità di carri armati Usa e dichiara di volerne ancora degli altri.
Proprio l'Ungheria torna quindi ad essere, per ora, e fino a quando non troveranno il modo di far sostituire il suo premier Orban, accusato dalla propaganda di regime di ogni nefandezza possibile, l'anello che non tiene della nuova logica geopolitica.
A sigillo paradossale e simbolico di queste considerazioni, il personaggio che risponde al nome di Giorgio Napolitano, che in tutta la sua vita ha dimostrato di avere curiosamente una strana predilezione per attaccare l'Ungheria. Al punto che nel '56 applaudiva ai carri armati che la riportavano nell'ordine costituito dell'Unione sovietica mentre ora la condanna con parole più che aspre per la sua politica contraria ai diktat dell'Unione europea.
Se poi pensiamo che un altro personaggio come il giornalista Giuseppe Turani si è spinto ad affermare che bisognerebbe mandare la Nato ad abbattere le frontiere fatte erigere da Budapest, il ciclo si chiude.
"Vuolsi così colà ove si puote ciò che si vuole. E più non dimandare" (Dante, Divina Commedia, Inferno).

domenica 13 settembre 2015

Pensierini della notte.

Sono la puntina da disegno proletaria che punge
i vostri bei piedini borghesi nudi, odorosi e ripittati.
Sono il chiodo arrugginito e storto che buca
il vostro buon pensiero lucido e retto.
Sono la bestia grama che sbava, caga e puzza
e sbrana le pelli biancolatte dei vostri salotti bene
dai quali vi divertite come sempre a decretare
a dito alzato che cosa è male e cosa conviene.
Ma io sono l'anello che non tiene nelle vostre catene,
il calcolo dei dadi che non torna
mentre la bussola va impazzita all'avventura.
Sono l'ospite indesiderato che porta la bomba
al ballo mascherato della vostra celebrità,
Sono un brufolo sulla vostra pelle:
voi mi schiacciate e viene fuori il pus.
Sono il buchetto nero nelle galassie intricate
dei vostri neuroni illuminati e sovrani.
Ed io sono Gaetano Bresci, un gaglioffo tra gli umani,
anche se solo un minchione a sentir Giuseppe Turani.
Non so che cosa fare delle vostre regole corrette,
delle vostre fregole politiche, delle tegole
che vorreste infrangere sulla mia testa dura piemontese.
Sono nato per sbaglio in questo vostro lercio Paese
fatto da porci, ruffiani, santi e deretani
sempre in vendita al miglior offerente:
il mio lo tengo stretto: è tutto ciò che mi rimane.
Eppure sono sempre la cifra che sballa in rosso
il vostro sudato e gonfio conto corrente,
il numero dispari che rompe l'ordine
del vostro pareggio di bilancio.
Sono la sentinella in piedi contro i vostri sputi
per carità buoni e giusti, che la violenza si condanna
soltanto quando la si subisce.
E s'io fossi foco, statene certi, arderei con gioia questo vostro marcio mondo.
Ma la legge del più forte ammette una sola eccezione:
quando il più debole è più furbo, e il più forte un gran cazzone.
Quindi marciate pure scalzi, in ordine e disciplina, che qui non c'è ragione
di temere per le vostre poltrone:
il più forte è sempre più furbo, e il più debole il più coglione.

Informazioni personali

La mia foto
Mi chiamo Gioann March Pòlli (Giovanni Marco Polli all'anagrafe italiana). Sono giornalista professionista e per quasi diciotto anni mi sono occupato di politica, culture e identità per il quotidiano la Padania. Credo nella libertà assoluta di pensiero e odio visceralmente le catene odiose del "politicamente corretto". E non mi piacciono, in un libero confronto di idee, barriere ideologiche, geografiche o mentali. Scrivetemi a camera.nord@libero.it