giovedì 19 ottobre 2017

Referendum lombardo e veneto: "Odio gli ignavi" e anche gli autolesionisti. Chi non vota è il miglior testimonial a favore del centralismo


Non è certo un mistero che, tra le altre cose, mi consideri un indipendentista acceso e radicale. E questo da un quarto di secolo, sempre a fianco delle ragioni di ogni popolo in cerca di autodeterminazione e contro la sopravvivenza di quei fetidi feticci ottocenteschi rappresentati dai cosiddetti "Stati nazione" (che poi nazioni non sono), sempre più inutili, sempre più dannosi, sempre più odiosi e antidemocratici.
Malgrado questo, e soprattutto per questo, alla vigilia di un appuntamento come quello dei referendum consultivi sull'autonomia che si tengono in Lombardia e Veneto, da piemontese residente in terra lombarda andrò a votare con grande convinzione e motivazione. Per il sì, è chiaro e naturale.
Sappiamo tutti - e tutti a partire dai promotori l'hanno detto con chiarezza - che con quanto accade in  Catalunya tutto questo non c'entra niente. Purtroppo, aggiungo io, ma questo è ancora un altro discorso.
Nonostante ciò, il significato e il dato politico di questo voto consultivo sono profondi.
Ogni qual volta sia possibile gridare, sussurrare, dichiarare, sostenere, firmare, controfirmare ogni iniziativa rivolta a percorrere la lunga e complicata strada della restituzione di poteri, competenze, diritti, legittimità dal centro ai territori, il girarsi dall'altra parte sarebbe soltanto stolto quando non criminale.
Ci possano essere simpatici o antipatici i promotori, ci possano apparire belli o brutti, interessati o disinteressati, furbi o cretini, utili o futili, il tacere quando ci viene chiesto se vogliamo riportare a casa o no quello che è nostro si trasforma in nient'altro che in una complicità di fatto con un potere tanto più lontano ed alto ed irraggiungibile tanto più è centralizzato e sordo alle istanze territoriali.
Si dirà che questo referendum non produce nulla, non fa scattare niente, non porta ad alcun risultato immediato e concreto. Può essere, mi auguro proprio di no, ma può anche non essere: un forte consenso popolare alla richiesta di più autonomia, quindi più poteri ai territori, quindi a noi stessi, è un dato politico fondamentale per poter pretendere una trattativa.
Viceversa, il dato politico che emergerebbe da una scarsa partecipazione sarebbe incontestabile e ci verrebbe sbattuto sul naso per i prossimi cent'anni: ai lombardi e ai veneti dell'autonomia non frega assolutamente nulla. Sono stati zitti quando potevano parlare, continuino pure a tacere e a pagare.
Per questo motivo la cieca ostinazione con cui certi "indipendentisti duri e puri" si affannano per far fallire il referendum è nient'altro che una incomprensibile connivenza con il nemico. Diventano, di fatto, le quinte colonne del centralismo e della conservazione dell'asse di potere Stato ottocentesco/Superstato Ue. 
Un'altra considerazione: una scarsa partecipazione al voto lombardo e veneto sarebbe una tomba non soltanto per le speranze delle due Regioni interessate, ma anche per tutte le altre. Con quale credibilità si potrebbe allora chiedere più autonomie e poteri per il Piemonte, la Liguria, l'Emilia-Romagna, ma anche per la Puglia e la Calabria, a titolo di esempio?
Mi ripeto: andare a votare ai due referendum, oggi, è l'unica possibiltà, del tutto legale e vincolante almeno da un punto di vista politico, che abbiamo per alzare la voce nella nostra legittima pretesa che ci venga restituito quello che è nostro: almeno alcuni pezzi di quei poteri che il centralismo romano sta viceversa regalando a mazzi al centralismo di Bruxelles.

Se invece le quinte colonne non sono effettivamente tali, allora non cerchino scuse per la loro ignavia. O per la loro idiozia. Perché si comportano proprio alla stregua del solito marito armato di cesoie contro se stesso per far dispetto alla moglie. Il non plus ultra dell'intelligenza.
Ci sarebbe infine una terza ipotesi. I massimalisti "duri e puri" hanno in realtà in tasca un piano alternativo: fare la rivoluzione al di fuori delle urne e della democrazia. Ce lo spieghino, ce lo illustrino, si mettano in marcia e se saranno convincenti molto di più di quanto pensano di esserlo nel tentare di farci stare a casa, li seguiremo fiduciosi e con lo sguardo proiettato verso i luminosi destini.

Però di barricate pronte non se ne vedono. All'orizzonte vedo le urne. E sempre più motivazioni per andare a votare, ben consapevole del fatto che quello di domenica 22 ottobre sarà soltanto un inizio per l'ancora lungo e difficile percorso di affrancamento. 
Ma, soprattutto, ancora più consapevole che il non andarci comporterebbe soltanto la sua indiscutibile fine.

Ascolto consigliato:
Fba, "Ol Pal", traduzione in lombardo bergamasco della celebre canzone catalana "Estaca" di Lluis Lach

mercoledì 4 ottobre 2017

E se i più fedeli alleati del mondialismo fossero proprio i sedicenti "sovranisti"?



Il formidabile risveglio del popolo catalano e il durissimo braccio di ferro con Madrid hanno dato la stura a un brulichio di ipotesi, controipotesi, complottismi e contocomplottismi, soprattutto in circolazione nei social, per additare e denunciare chi "vi sarebbe dietro" l'indipendentismo di Barcellona. Dalla clamorosa bufala sull'immancabile Soros di cui si è già detto in un altro articolo fino ai "poteri forti della Ue" che mirerebbero a disgregare, e chissà poi perché, gli stessi Stati che la compongono. 

Un brulichio di bisbigli che si è fatto sempre più caciara,  in particolare prodotta da parte di chi si proclama sovranista, e che lamenta la lesa maestà non tanto di Sua Altezza Reale Felipe VI di Spagna quanto del concetto stesso di "Stato nazione".
Un feticcio che è anche e soprattutto un concetto fallace e mendace, inventato nell'Ottocento, quando le borghesie capitalistiche internazionali, in accordo e in alleanza con le cancellerie e gli eserciti, presero una cartina geografica e vi disegnarono sopra i confini degli Stati fantoccio che meglio si addicevano ai loro interessi economici e li battezzarono "nazioni". Fomentando la creazione di movimenti in tal senso e riempiendo i libri di Storia di propagande retroattive atte a giustificarne l'esistenza.
La "nazione", in effetti, è e resta tutta un'altra cosa. È un concetto che non coincide per nulla con uno Stato attuale, quasi sempre plurinazionale di fatto quando non di diritto, ma con i popoli. I cui confini non sono geopolitici ma antropologici e sono sono quelli di storia, cultura e lingua. Confini peraltro dinamici e tutt'altro che immutabili nel tempo come si sarebbe preteso, e si pretenderebbe soprattutto oggi, per gli ordinamenti giuridici statali. 

L'italia è un caso esemplare di questa creazione in laboratorio stile Frankenstein: territorio geografico assai composito e ben distinto in macro aree, i suoi popoli, mai realmente "uniti" nemmeno ai tempi della dominazione romana e dell'invenzione del termine stesso "italia", erano e restano divisi proprio per clima, tradizioni, inclinazioni, storia, cultura e lingua. Quella denominata "italiana" parlata tra l'altro, ai tempi della creazione dell'italico regno per mano dei Savoia-Carignano, da appena circa il due per cento dei sudditi e nemmeno dai loro sovrani. Questo contando tra i sudditi i pochi e prezzolati intellettuali e l'intero numero dei tosco-laziali, che la impiegavano (con accenti assai diversi, peraltro) perché soltanto per loro era la effettiva "lingua propria".

A proposito di indipendentismo, viene in mente un documento oggi da tutti dimenticato ma che varrebbe la pena riproporre prima o poi nella sua interezza. Si tratta del Manifesto per un'Unione europea socialista, sottoscritto nel 1973 dagli indipendentisti armati irlandesi dell'Ira Provisional, dai baschi dell'Eta insieme con gli arpitani di Alpe, i sardi di Su Populu Sardu e anche con i piemontesi di Alp. Un suo passaggio ricordava giustamente che "i giovani borghesi "nazionali" (le virgolette sono nell'originale proprio per definire l'uso improprio del termine, nda) del secolo scorso (l'Ottocento, nda) hanno dato spazio al grande capitale monopolistico europeo". Aggiungendo inoltre che "tutti i nostri popoli si trovano in una situzione di subordinazione nei confronti del grande schieramento oligarchico europeo". Parole molto profetiche e sempre attualissime. Allora l'Unione europea si chiamava Mercato Comune Europeo ma il progetto era già molto ben chiaro per chiunque lo avesse voluto leggere.

Viene da chiedersi allora chi abbia voluto questo "superstato europeo" in nuce, e perché. Forse i popoli? Forse le nazioni? Oppure le stesse identiche oligarchie europee finanziarie e capitalistiche che nell'800 si inventarono a tavolino gli Stati fantoccio per i loro interessi? Quanti sono stati i popoli, in Europa, che hanno delegato liberamente e dopo un voto a Bruxelles la propria sovranità? Una sovranità che, nel caso dello Stato italiano, appartiene al popolo almeno formalmente sulla carta, ma che da palazzo si vorrebbe sempre più "cedere" alle oligarchie.
Ecco, sono proprio gli "Stati nazione", oggi difesi come un feticcio intoccabile dai sedicenti sovranisti, ad essersi comportati come principale strumento di passaggio dei poteri dai territori al centralismo oligarchico di Bruxelles. Perché voluti e costruiti un secolo prima dagli stessi identici poteri che un secolo dopo avrebbero inventato il leviatano europeo per meglio curarsi gli affari propri.

Seguendo il filo logico del discorso, appare quindi chiaro che chi si pone contro il leviatano europeo e il suo portato globale, il mondialismo, abbracciando lo Stato, ovvero lo strumento della sua costruzione in barba ai popoli e alle nazioni vere, finisce ad essere il primo complice del leviatano.
Denunciando la volontà dei popoli di riprendersi la sovranità verso il basso e pretendendo il mantenimento dell'integrità degli Stati inventati nell'Ottocento come strumento del capitalismo, sia i sovranisti "di destra" sia quelli "di sinistra" mascherati da internazionalisti si comportano come perfetti kapò al servizio dell'attuale Ue. 
Insomma, se si vuole "più libertà" e "più sovranità", affidarle in custodia ai propri aguzzini che ne fanno strame non è certo la scelta più furba. Anzi, è scelta suicida.

Un ragionamento assurdo?
Non più assurdo di quelli che si leggono quando qualcuno tenta di convincerci che "occorre difendere gli Stati nazionali minacciati sia dall'interno (dalle volontà secessioniste) e dall'esterno (dai poteri sovranazionali)". 
Oggi gli "Stati nazionali" non sono minacciati dai poteri sovranazionali: sono solo uno strumento nelle loro mani. E chi difende i primi finisce inevitabilmente per difendere i secondi.
Tornino quindi potere e sovranità ai popoli, se davvero vogliamo sperare di tornare ad essere padroni di noi stessi.



sabato 30 settembre 2017

Catalunya Lliure, ovvero del perché gli italiani non possono capire nulla di quello che accade quando un popolo si sveglia


"Globalisti, indipendentisti pagati da Soros, servi di Juncker". "Etnofascisti, rozzi egoisti, che Madrid li schiacci con i carri armati". "Comunisti, sono solo comunisti, gli indipendentisti veri sono stati egemonizzati dai rossi".
Sono tre opinioni diverse, opposte tra loro e distanti come i vertici di un triangolo equilatero, ma tutte si riferiscono alla stessa situazione: il referendum per l'indipendenza della Catalunya, voluto dalle istituzioni e dal popolo catalano con ogni mezzo, e che Madrid ha voluto impedire con ogni mezzo.
Comunque finisca, nulla sarà più come prima.
Tranne una cosa certa e sicura come acqua di fonte: l'incapacità congenita degli italiani di ogni ordine e grado di capirci qualcosa di sensato.
Veniamo al nostro triangolo. Frequentando i social network, l'impressione è quella di una confusione estrema. I media del Belpaese ci hanno messo del loro. Tranne forse negli ultimi giorni in cui si è notata una timida resipiscenza, nessuno ha spiegato nulla di serio e tutti hanno parlato da grandi esperti senza capirci un tubo di nulla. L'impressione giunta a chi è esterno alla tematica e si è informato solo sui media mainstream, è che pazzi catalani fuori dal tempo si sono inventati la loro marcia del Po e hanno baciato l'ampolla. Punto.
E proprio da qui partiamo. Chi dovrebbe intendersene di indipendenza, di indipendentismo e di processi di autodeterminazione sarebbero dovuti essere proprio i leghisti. Ma qui iniziano i problemi. La Lega di oggi non è più quella di ventuno anni fa e, a dire il vero, nemmeno quella di quattro anni fa quando l'attuale segretario ribadiva che lo scopo del movimento era quello scritto nello Statuto, vale a dire l'indipendenza della Padania.
Divenuta la Lega nel frattempo sovranista, almeno a livello ufficiale i suoi vertici hanno comunque  formalmente e doverosamente appoggiato il referendum catalano, anche se certo non con l'entusiasmo d'altri tempi.
Ciò che sconcerta di più, però, sono le posizioni di molti leghisti di base ex indipendentisti divenuti oggi fautori del mantra "Prima gli italiani", oggi a fianco di Madrid con un realismo davvero ben oltre quello degli stessi reali di Spagna.
Confondendo i radical-cinquestellosi Podemos con gli indipendentisti, aggiungendoci una spruzzatina di Soros che non fa mai male, molti leghisti di base ex indipendentisti si sono scoperti - strano a dirsi - neofalangisti, disamorandosi dei popoli in lotta e ritrovandosi a fianco dei poliziotti mandati a reprimerli nel nome del dio Stato unico e indissolubile lo-dice-la-Costituzione e lo-dice-il-papa-re.
Poco importa se quella di Soros-che-finanzia-l'indipendenza sia una bufala gigante, scaturita da un articolo ripetuto ad infinitum in cui si dà conto di un finanziamento da parte di Open Society, l'organizzazione del filantropo palindromo, a una "organizzazione diplomatica" catalana.
Il finanziamento c'è stato, documento pubblicato alla mano, ma ad una manifestazione sull'immigrazione che con l'indipendenza non ci azzeccava proprio nulla. E poi di ben ventisettemila dollari, un capitale degno di De Paperoni, praticamente il prezzo di un'automobile media. Per il signor palindromo, meno di un'elemosina, altro che "finanziamento". E poi, francamente, che interesse potrebbe avere il signor destabilizzator dell'Ucraina e del Medio Oriente e dell'Europa tutta tramite l'invasione dei migranti a destabilizzare la piccola Spagna di Rajoy, tra l'altro uno dei più fedeli servitori dell'oligarchia europea e massonico-internazionale? Siamo seri, suvvia.
Però nulla. Controordine compagni, per gli ex indipendentisti i fratelli catalani sono diventati arcobaleno Glbt immigrazionisti mescolazionisti kalergici piscia-per-strada (dalla celebre foto radical provocatoria della portavoce del sindaco di Barcellona, che con l'indipendentismo ci azzecca quanto me con il surf) e che il diavolo li porti. Ordine e disciplina, ritorni Francisco Franco, cribbio.
E veniamo ora alla sinistra rosé. Quella per cui bisogna delegare la sovranità. L'indipendentismo catalano? Roba da etnofascisti, nostalgici, quelli sono tutti brutti xenofobi. E peccato che tra le foto degli indipendentisti in marcia vi siano simpatici sikh con il turbante o donne in niqab o ragazze nere con i cartelli "Io sono catalano" scritto in català, naturalmente. Quelle che per gli ex indipendentisti leghisti sono "dimostrazione del diavolo immigrazionista zecca comunista celato negli indipendentisti catalani", per i rosé semplicemente non esistono. Non li hanno visti. Desaparecidos. Tutti pericolosi etnofascisti.
Lasciamo perdere poi i sovranisti, che cito solo di striscio. La nuova religione sovranista è statolatrica. Lo Stato non si tocchi, è il baluardo contro il superstato massonico globalizzato. E peccato che lo "Stato nazione" idolatrato non sia altro che la creatura frankensteiniana ottocentesca massonica-giacobina, cucita ad immagine e somiglianza degli interessi della grande borghesia capitalistica, quella stessa che oggi vorrebbe lo Stato unico europeo e prossimamente pure mondiale. Lamentano lo "Stato artificiale" Ue e poi venerano come reliquie dei santi lo "Stato nazione artificiale" italiano, i suoi miti e i suoi riti massonici e giacobini a partire dalla bandiera.
I sovranisti hanno capito tutto e chi attenta al loro feticcio è il Male che vuole regalare tutto ai Poteri Forti. Amen. Mancano le scie kimike ma quelle le lascio volentieri all'immaginazione.
Insomma, ciascuno nel valutare l'indipendentismo catalano non valuta i fatti ma la propria ideologia di partenza. Perché l'enorme equivoco su cui i media mainstream hanno marciato per trent'anni è proprio questo: "lo Stato è sacro e chi lo vuole disgregare è leghista, fascista (sic), xenofobo", magari anche idrofobo, pedofilo e citofono, ché le parole greche fanno sempre molto figo quando devi insultare o confondere qualcuno a mo' del latinorum di Don Abbondio dei Promessi sposi.
D'altra parte, un popolo, quello italiano, che non esiste e i popoli (quelli sottomessi e fiaccati dallo Stato italiano) che non sanno più di essere tali né di avere una loro lingua propria, non sono in grado di comprendere davvero che cosa sia un popolo vero, consapevole di esserlo. Che parla una lingua della quale è orgoglioso, che vara una legge per cui il 60 per cento delle canzoni trasmesse alla radio deve essere in catalano, che espone migliaia e migliaia di bandiere indipendentiste fuori dai balconi anche delle scuole. Che non va a lezione di arabo ma organizza corsi di catalano per integrare gli immigrati.
Il cervello massificato e distrutto dal nuovo fascismo della civiltà dei consumi (possiamo far risorgere in qualche modo Pier Paolo Pasolini, per favore? Anche con un ologramma, ma abbiamo bisogno di lui oggi più che mai) non è in grado di capire che un popolo che integra gli immigrati a partire dalla propria lingua è un popolo. Un popolo che rinuncia alle divisioni ideologiche anche estreme (marxisti e centristi, indipendentisti che si sono fatti la guerra e ora sono alleati verso il progetto comune) e marcia compatto in direzione della libertà è un concetto troppo grande per l'atrofizzato cervellino dell'italiano medio.
Se non può classificare un fenomeno in destra-sinistra, guelfo-ghibellino, interista-juventino, progay-omofobo, se non può fare il manicheo, l'italiano si confonde. Perde il senso, va in corto circuito, dice cose strane e buffe, degne del teatro dell'assurdo di Beckett.
Ancora una notizia per tutti, la ripeto: il popolo catalano prima di ogni altra cosa è un popolo. Un popolo che pensa al proprio futuro e non a scannarsi il più in fretta possibile e a divertirsi con le cesoie vicino ai propri gioielli di famiglia per il gusto perverso di fare incazzare la moglie.
Gli italiani, questo, non lo capiranno mai. Anche chi pensava di non essere italiano e ci è ricaduto è destinato a restare schiavo per sempre.
La libertà è un concetto troppo vasto per essere compreso da chi non conosce altri orizzonti ideali di quelli dei confini ristretti della propria misera gabbia.

giovedì 21 settembre 2017

L'irresistibile ascesa del grillino Di Maio a Palazzo Chigi attraverso le immagini più significative

Tutte le tappe principali della grande scalata al potere del vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio.

1) Incontrare l'Ispi ovvero la Trilateral italiana, Mario Monti compreso? FATTO.


2) Andare in Israele? FATTO.


3) Andare negli Usa e tentare di accreditarsi ad Harvard (malgrado l'ira di Luttwak)? FATTO.


4) Andare a Napoli e baciare l'ampolla di San Gennaro? FATTO.


Informiamo ora l'onorevole Di Maio che nel 2018 il Ramadan si terrà dalla sera di martedì 15 maggio fino alla sera di giovedì 14 giugno. Può darsi che questo sia anche il periodo elettorale, potrebbe quindi arrivare in tempo ad accreditarsi pure presso la comunità islamica. 
In questo modo, il Vicepresidente della Camera avrà tutte le carte in regola, ma proprio tutte, per potersi presentare agli elettori come un volto nuovo, rivoluzionario e assolutamente anti-sistema.
In bocca al lupo.

Solo un popolo di schiavi analfabeti di ritorno può tollerare corna e mazzate continue senza nemmeno fiatare



Più un popolo è disposto ad abboccare alla propaganda, più la propaganda può essere buttata lì senza particolari studi ne riflessioni. Basta spararla grossa, e i pesci grossi dotati di cervello fino abboccano subito.
Nel Belpaese, a luglio 2017, il tasso di disoccupazione era dell'11,3 per cento. La disoccupazione giovanile è sempre, punto più punto meno, dell'ordine del 40 per cento. In certe aree dello stesso Belpaese veleggia intorno al 60/70 per cento.
E allora il principale organo di stampa filogovernativo del medesimo Belpaese che cosa pensa di fare? Di dare il titolo sulla presunta ripresa dell'eurozona mettendo in luce "l'ampio contributo" dell'immigrazione alla forza lavoro.
E i milioni di disoccupati non immigrati che questo contributo vorrebbero poterlo dare ma non possono? Che cosa dovrebbero pensare, loro, di un titolo di questo genere? Devono convincersi di essere dei fannulloni fancazzisti? Oppure rendersi conto di essere regolarmente, quotidianamente, più volte al giorno, presi per il naso da un regime politico/propagandistico la cui protervia appare sempre più sconfinata?
L'immigrazionismo ideologico e dottrinario non lascia scampo. Ed è gravissimo che ormai un titolo di tal fatta - associato a tutti quelli che predicano come "gli immigrati ci pagano le pensioni", e un'idiozia di questo livello è davvero impareggiabile, soprattutto perché arriva anche da chi presiede l'istituto previdenziale più importante - resti lì, impunito e tronfio nelle sue virgolette. Senza  provocare sommovimenti, insurrezioni, oppure anche non moti di piazza ma almeno di disgusto e di ribrezzo.
Nulla da fare. La schiavitù mentale e l'analfabetismo funzionale indotto hanno sterilizzato in via definitiva e irreversibile la pur minima capacità di indignazione e di ribellione.
Beviamo veleno e respiriamo gas venefici H24 ma non succede nulla.
Al limite gli indottrinati ringraziano, perché per loro sono acqua di fonte e aria di montagna.

mercoledì 20 settembre 2017

"Il Venezuela si ribella al petrodollaro". Ecco perché Caracas fa ancor più paura agli Usa


Una lettura molto interessante, quella dell'articolo uscito ieri sul Manifesto a firma di Manlio Dinucci. Le vicende che vedono le ingerenze statunitensi nel governo bolivariano di Caracas assumono una luce ancor più inquietante, soprattutto alla luce degli accordi stretti nel 2014 tra Mosca e Pechino per uscire dalla valuta americana nei loro interscambi commerciali.

19 SET 2017 — Manlio Dinucci (Il Manifesto)

Cresce la pressione militare statunitense sul Venezuela, paese che nella geografia del Pentagono rientra nell’«area di responsabilità» dello U.S. Southern Command (Southcom), comprendente 31 paesi e 16 territori di America Latina e Caraibi. Il Southcom dispone di forze terrestri, navali, aeree e del corpo dei marines, cui si aggiungono forze speciali e tre specifiche task force. 
Contro il Venezuela potrebbe essere adottata, pur in un diverso contesto, la stessa strategia messa in atto da Usa e Nato in Libia e in Siria: infiltrazione di forze speciali e mercenari che gettano benzina sui focolai interni di tensione, provocando scontri armati; accusa al governo di far strage del proprio popolo e conseguente «intervento umanitario» di una coalizione a guida Usa. 
Tale scenario è più probabile dopo quanto annunciato il 15 settembre dal Ministero venezuelano del petrolio: «A partire da questa settimana si indica il prezzo medio del petrolio in yuan cinesi». Per la prima volta il prezzo di vendita del petrolio venezuelano non è più indicato in dollari.
È la risposta di Caracas alle sanzioni emanate dall’amministrazione Trump il 25 agosto, più dure di quelle attuate nel 2014 dall’amministrazione Obama: esse impediscono al Venezuela di incassare i dollari ricavati dalla vendita di petrolio agli Stati uniti, oltre un milione di barili al giorno, dollari finora utilizzati per importare beni di consumo come prodotti alimentari e medicinali. Le sanzioni impediscono anche la compravendita di titoli emessi dalla Pdvsa, la compagnia petrolifera statale venezuelana. 
Washington mira a un duplice obiettivo: accrescere in Venezuela la penuria di beni di prima necessità e quindi il malcontento popolare, su cui fa leva l’opposizione interna (foraggiata e sostenuta dagli Usa) per abbattere il governo Maduro; mandare lo Stato venezuelano in default, ossia in fallimento, impedendogli di pagare le rate del debito estero, ossia far fallire lo Stato con le maggiori riserve petrolifere del mondo, quasi dieci volte quelle statunitensi. 
Caracas cerca di sottrarsi alla stretta soffocante delle sanzioni, quotando il prezzo di vendita del petrolio non più in dollari Usa ma in yuan cinesi. Lo yuan è entrato un anno fa nel paniere delle valute di riserva del Fondo monetario internazionale (insieme a dollaro, euro, yen e sterlina) e Pechino sta per lanciare contratti futures di compra-vendita del petrolio in yuan, convertibili in oro. 
«Se il nuovo future prendesse piede, erodendo anche solo in parte lo strapotere dei petrodollari, sarebbe un colpo clamoroso per l’economia americana», commenta il Sole 24 Ore. 
Ad essere messo in discussione da Russia, Cina e altri paesi non è solo lo strapotere del petrodollaro (valuta di riserva ricavata dalla vendita di petrolio), ma l’egemonia stessa del dollaro. Il suo valore è determinato non dalla reale capacità economica statunitense, ma dal fatto che esso costituisce quasi i due terzi delle riserve valutarie mondiali e la moneta con cui si stabilisce il prezzo del petrolio, dell’oro e in genere delle merci. 
Ciò permette alla Federal Reserve, la Banca centrale (che è una banca privata), di stampare migliaia di miliardi di dollari con cui viene finanziato il colossale debito pubblico Usa – circa 23 mila miliardi di dollari – attraverso l’acquisto di obbligazioni e altri titoli emessi dal Tesoro. 
In tale quadro, la decisione venezuelana di sganciare il prezzo del petrolio dal dollaro provoca una scossa sismica che, dall’epicentro sudamericano, fa tremare l’intero palazzo imperiale fondato sul dollaro. Se l’esempio del Venezuela si diffondesse, se il dollaro cessasse di essere la principale moneta del commercio e delle riserve valutarie internazionali, una immensa quantità di dollari verrebbe immessa sul mercato facendo crollare il valore della moneta statunitense. 
Questo è il reale motivo per cui, nell’Ordine esecutivo del 9 marzo 2015, il presidente Obama proclamava «l’emergenza nazionale nei confronti della inusuale e straordinaria minaccia posta alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati uniti dalla situazione in Venezuela». 
Lo stesso motivo per cui il presidente Trump annuncia una possibile «opzione militare» contro il Venezuela. La sta preparando lo U.S. Southern Command, nel cui emblema c’è l’Aquila imperiale che sovrasta il Centro e Sud America, pronta a piombare con i suoi artigli su chi si ribella all’impero del dollaro.

lunedì 18 settembre 2017

"Turista tedesca violentata a Roma". Dai salotti e dalle piazze una sola domanda: "Lui era autoctono o straniero?"



Nei salotti e nell'oligarchia al potere, persone chic e uomini di regime sperano tutti. in silenzio, che si tratti di un autoctono, meglio ancora, magari, un altro carabiniere. Tra il "popolo populista", al contrario, non si vede l'ora di sapere che sia stato un altro straniero, così da rinforzare e sottolineare quel che già appare piuttosto chiaro, ovvero l'idiozia di aggiungere criminali di importazione a quelli nativi.
L'autore è autoctono o straniero? Questa la vera domanda che serpeggia, inespressa dai media, sull'ultimo caso di stupro, quello della turista tedesca trovata a Roma da un taxista di passaggio, nuda e legata, a Villa Borghese.
Diciamolo chiaro e tondo: gli imbarazzi delle veline e dei titolisti ("parlava italiano") e degli estensori delle cronache dell'ultima violenza di una lunga serie della quale le stesse cronache hanno deciso di occuparsi sono tutti lì, sospesi tra la paura della nuova "ventata populista" o della "ventata pro-immigrazionista" che si leverebbe nell'uno o nell'altro caso.
Qualunque sia poi la risposta, quando arriverà, sarà ormai a questo punto del tutto ininfluente. Perché questo è il dibattito oggi, in un Paese sempre più decomposto, moralmente stremato, annegato nelle proprie insanabili contraddizioni e privo di qualsiasi prospettiva politica, culturale, economica, ma soprattutto morale. Guelfi e ghibellini, fascisti e antifascisti, pro vax e no vax, sovranisti ed europeisti, populisti e banchieristi, immigrazionisti e primaglitalianisti. Stop.

Non c'è altro da aggiungere, se non un pensiero alla vittima. Uno solo. 
Almeno quello della Camera a Nord va a lei e solo a lei.
A tutti gli altri "apoti" (per dirla con Prezzolini) un unico consiglio: alzatevi e scappate, se ci riuscite. Fatelo. Il più lontano possibile da questo bordello sempre più infimo chiamato italia con tutte le sue comparse di rango adeguato.
Il nulla ci ha ormai raggiunti, qui non ci può più essere salvezza. Fuggite, sciocchi.

Informazioni personali

La mia foto
Mi chiamo Gioann March Pòlli (Giovanni Marco Polli all'anagrafe italiana). Sono giornalista professionista e per quasi diciotto anni mi sono occupato di politica, culture e identità per il quotidiano la Padania. Credo nella libertà assoluta di pensiero e odio visceralmente le catene odiose del "politicamente corretto". E non mi piacciono, in un libero confronto di idee, barriere ideologiche, geografiche o mentali. Scrivetemi a camera.nord@libero.it