giovedì 21 settembre 2017

L'irresistibile ascesa del grillino Di Maio a Palazzo Chigi attraverso le immagini più significative

Tutte le tappe principali della grande scalata al potere del vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio.

1) Incontrare l'Ispi ovvero la Trilateral italiana, Mario Monti compreso? FATTO.


2) Andare in Israele? FATTO.


3) Andare negli Usa e tentare di accreditarsi ad Harvard (malgrado l'ira di Luttwak)? FATTO.


4) Andare a Napoli e baciare l'ampolla di San Gennaro? FATTO.


Informiamo ora l'onorevole Di Maio che nel 2018 il Ramadan si terrà dalla sera di martedì 15 maggio fino alla sera di giovedì 14 giugno. Può darsi che questo sia anche il periodo elettorale, potrebbe quindi arrivare in tempo ad accreditarsi pure presso la comunità islamica. 
In questo modo, il Vicepresidente della Camera avrà tutte le carte in regola, ma proprio tutte, per potersi presentare agli elettori come un volto nuovo, rivoluzionario e assolutamente anti-sistema.
In bocca al lupo.

Solo un popolo di schiavi analfabeti di ritorno può tollerare corna e mazzate continue senza nemmeno fiatare



Più un popolo è disposto ad abboccare alla propaganda, più la propaganda può essere buttata lì senza particolari studi ne riflessioni. Basta spararla grossa, e i pesci grossi dotati di cervello fino abboccano subito.
Nel Belpaese, a luglio 2017, il tasso di disoccupazione era dell'11,3 per cento. La disoccupazione giovanile è sempre, punto più punto meno, dell'ordine del 40 per cento. In certe aree dello stesso Belpaese veleggia intorno al 60/70 per cento.
E allora il principale organo di stampa filogovernativo del medesimo Belpaese che cosa pensa di fare? Di dare il titolo sulla presunta ripresa dell'eurozona mettendo in luce "l'ampio contributo" dell'immigrazione alla forza lavoro.
E i milioni di disoccupati non immigrati che questo contributo vorrebbero poterlo dare ma non possono? Che cosa dovrebbero pensare, loro, di un titolo di questo genere? Devono convincersi di essere dei fannulloni fancazzisti? Oppure rendersi conto di essere regolarmente, quotidianamente, più volte al giorno, presi per il naso da un regime politico/propagandistico la cui protervia appare sempre più sconfinata?
L'immigrazionismo ideologico e dottrinario non lascia scampo. Ed è gravissimo che ormai un titolo di tal fatta - associato a tutti quelli che predicano come "gli immigrati ci pagano le pensioni", e un'idiozia di questo livello è davvero impareggiabile, soprattutto perché arriva anche da chi presiede l'istituto previdenziale più importante - resti lì, impunito e tronfio nelle sue virgolette. Senza  provocare sommovimenti, insurrezioni, oppure anche non moti di piazza ma almeno di disgusto e di ribrezzo.
Nulla da fare. La schiavitù mentale e l'analfabetismo funzionale indotto hanno sterilizzato in via definitiva e irreversibile la pur minima capacità di indignazione e di ribellione.
Beviamo veleno e respiriamo gas venefici H24 ma non succede nulla.
Al limite gli indottrinati ringraziano, perché per loro sono acqua di fonte e aria di montagna.

mercoledì 20 settembre 2017

"Il Venezuela si ribella al petrodollaro". Ecco perché Caracas fa ancor più paura agli Usa


Una lettura molto interessante, quella dell'articolo uscito ieri sul Manifesto a firma di Manlio Dinucci. Le vicende che vedono le ingerenze statunitensi nel governo bolivariano di Caracas assumono una luce ancor più inquietante, soprattutto alla luce degli accordi stretti nel 2014 tra Mosca e Pechino per uscire dalla valuta americana nei loro interscambi commerciali.

19 SET 2017 — Manlio Dinucci (Il Manifesto)

Cresce la pressione militare statunitense sul Venezuela, paese che nella geografia del Pentagono rientra nell’«area di responsabilità» dello U.S. Southern Command (Southcom), comprendente 31 paesi e 16 territori di America Latina e Caraibi. Il Southcom dispone di forze terrestri, navali, aeree e del corpo dei marines, cui si aggiungono forze speciali e tre specifiche task force. 
Contro il Venezuela potrebbe essere adottata, pur in un diverso contesto, la stessa strategia messa in atto da Usa e Nato in Libia e in Siria: infiltrazione di forze speciali e mercenari che gettano benzina sui focolai interni di tensione, provocando scontri armati; accusa al governo di far strage del proprio popolo e conseguente «intervento umanitario» di una coalizione a guida Usa. 
Tale scenario è più probabile dopo quanto annunciato il 15 settembre dal Ministero venezuelano del petrolio: «A partire da questa settimana si indica il prezzo medio del petrolio in yuan cinesi». Per la prima volta il prezzo di vendita del petrolio venezuelano non è più indicato in dollari.
È la risposta di Caracas alle sanzioni emanate dall’amministrazione Trump il 25 agosto, più dure di quelle attuate nel 2014 dall’amministrazione Obama: esse impediscono al Venezuela di incassare i dollari ricavati dalla vendita di petrolio agli Stati uniti, oltre un milione di barili al giorno, dollari finora utilizzati per importare beni di consumo come prodotti alimentari e medicinali. Le sanzioni impediscono anche la compravendita di titoli emessi dalla Pdvsa, la compagnia petrolifera statale venezuelana. 
Washington mira a un duplice obiettivo: accrescere in Venezuela la penuria di beni di prima necessità e quindi il malcontento popolare, su cui fa leva l’opposizione interna (foraggiata e sostenuta dagli Usa) per abbattere il governo Maduro; mandare lo Stato venezuelano in default, ossia in fallimento, impedendogli di pagare le rate del debito estero, ossia far fallire lo Stato con le maggiori riserve petrolifere del mondo, quasi dieci volte quelle statunitensi. 
Caracas cerca di sottrarsi alla stretta soffocante delle sanzioni, quotando il prezzo di vendita del petrolio non più in dollari Usa ma in yuan cinesi. Lo yuan è entrato un anno fa nel paniere delle valute di riserva del Fondo monetario internazionale (insieme a dollaro, euro, yen e sterlina) e Pechino sta per lanciare contratti futures di compra-vendita del petrolio in yuan, convertibili in oro. 
«Se il nuovo future prendesse piede, erodendo anche solo in parte lo strapotere dei petrodollari, sarebbe un colpo clamoroso per l’economia americana», commenta il Sole 24 Ore. 
Ad essere messo in discussione da Russia, Cina e altri paesi non è solo lo strapotere del petrodollaro (valuta di riserva ricavata dalla vendita di petrolio), ma l’egemonia stessa del dollaro. Il suo valore è determinato non dalla reale capacità economica statunitense, ma dal fatto che esso costituisce quasi i due terzi delle riserve valutarie mondiali e la moneta con cui si stabilisce il prezzo del petrolio, dell’oro e in genere delle merci. 
Ciò permette alla Federal Reserve, la Banca centrale (che è una banca privata), di stampare migliaia di miliardi di dollari con cui viene finanziato il colossale debito pubblico Usa – circa 23 mila miliardi di dollari – attraverso l’acquisto di obbligazioni e altri titoli emessi dal Tesoro. 
In tale quadro, la decisione venezuelana di sganciare il prezzo del petrolio dal dollaro provoca una scossa sismica che, dall’epicentro sudamericano, fa tremare l’intero palazzo imperiale fondato sul dollaro. Se l’esempio del Venezuela si diffondesse, se il dollaro cessasse di essere la principale moneta del commercio e delle riserve valutarie internazionali, una immensa quantità di dollari verrebbe immessa sul mercato facendo crollare il valore della moneta statunitense. 
Questo è il reale motivo per cui, nell’Ordine esecutivo del 9 marzo 2015, il presidente Obama proclamava «l’emergenza nazionale nei confronti della inusuale e straordinaria minaccia posta alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati uniti dalla situazione in Venezuela». 
Lo stesso motivo per cui il presidente Trump annuncia una possibile «opzione militare» contro il Venezuela. La sta preparando lo U.S. Southern Command, nel cui emblema c’è l’Aquila imperiale che sovrasta il Centro e Sud America, pronta a piombare con i suoi artigli su chi si ribella all’impero del dollaro.

lunedì 18 settembre 2017

"Turista tedesca violentata a Roma". Dai salotti e dalle piazze una sola domanda: "Lui era autoctono o straniero?"



Nei salotti e nell'oligarchia al potere, persone chic e uomini di regime sperano tutti. in silenzio, che si tratti di un autoctono, meglio ancora, magari, un altro carabiniere. Tra il "popolo populista", al contrario, non si vede l'ora di sapere che sia stato un altro straniero, così da rinforzare e sottolineare quel che già appare piuttosto chiaro, ovvero l'idiozia di aggiungere criminali di importazione a quelli nativi.
L'autore è autoctono o straniero? Questa la vera domanda che serpeggia, inespressa dai media, sull'ultimo caso di stupro, quello della turista tedesca trovata a Roma da un taxista di passaggio, nuda e legata, a Villa Borghese.
Diciamolo chiaro e tondo: gli imbarazzi delle veline e dei titolisti ("parlava italiano") e degli estensori delle cronache dell'ultima violenza di una lunga serie della quale le stesse cronache hanno deciso di occuparsi sono tutti lì, sospesi tra la paura della nuova "ventata populista" o della "ventata pro-immigrazionista" che si leverebbe nell'uno o nell'altro caso.
Qualunque sia poi la risposta, quando arriverà, sarà ormai a questo punto del tutto ininfluente. Perché questo è il dibattito oggi, in un Paese sempre più decomposto, moralmente stremato, annegato nelle proprie insanabili contraddizioni e privo di qualsiasi prospettiva politica, culturale, economica, ma soprattutto morale. Guelfi e ghibellini, fascisti e antifascisti, pro vax e no vax, sovranisti ed europeisti, populisti e banchieristi, immigrazionisti e primaglitalianisti. Stop.

Non c'è altro da aggiungere, se non un pensiero alla vittima. Uno solo. 
Almeno quello della Camera a Nord va a lei e solo a lei.
A tutti gli altri "apoti" (per dirla con Prezzolini) un unico consiglio: alzatevi e scappate, se ci riuscite. Fatelo. Il più lontano possibile da questo bordello sempre più infimo chiamato italia con tutte le sue comparse di rango adeguato.
Il nulla ci ha ormai raggiunti, qui non ci può più essere salvezza. Fuggite, sciocchi.

sabato 16 settembre 2017

Ormai è certo: lo smartphone è il male assoluto. Una posizione luddista? E pazienza.


Il video di Moby, quello che descrive un mondo angosciante in cui chi non vive associato allo smartphone H24 è perso per sempre, ma in fondo quel che è perso in se stesso è proprio il mondo, sembrava una cupa esagerazione. E invece no. Sono bastati ancora pochi casi di cronaca per superare il cartone animato che potete guardare qui sopra. Basti ricordare il turista italiano massacrato di botte in Catalunya mentre tutti riprendevano la scena. Non serve aggiungere altro.
Ora siamo arrivati al "riconoscimento facciale" promesso dall'Iphone X. In rete si trova una immagine satirica a sua volta orrifica e con un evidente riferimento al film Alien, personaggio creato dall'immaginifico Giger.


Esagerazioni? È sufficiente andare per strada, osservare le persone, nelle sale d'aspetto, nella metro, sui mezzi, e purtroppo anche molto spesso alla guida per riscoprire un'umanità alienata come mai nessun profeta dell'alienazione si sarebbe mai immaginato qualche decennio fa, quando "alienazione" era la parola di moda nella bocca e nelle penne degli intellettuali apocalittici.
Nei ristoranti oggi non si comunica, quanti tavoli in cui la simbiosi malefica persona-macchinetta si riflette nella stessa simbiosi malefica di chi sta davanti. Ma è così anche nelle nostre case. Almeno, davanti alla tv, ci si poteva ritrovare. Con questi aggetti maledetti no. Li vedo usare al cinema (meglio del film?), ai concerti ("faccio un live"), nelle gite scolastiche. Fino a quella imbecille di un ministro della disistruzione italiana che vorrebbe pure liberalizzarli tra i banchi, per completare l'assuefazione degli studenti all'idiozia e all'ignoranza di regime.
Siamo tutti sotto controllo. Siamo dentro fino al collo nel controllo globale. Liberi di regalare a chi vuole conoscerli, tutti i particolari delle nostre vite. Le nostre parole, le nostre immagini, i nostri pensieri aperti e quelli occulti. Si sa dove siamo in ogni momento, dove siamo stati e anche dove andremo. Quello scrigno maledetto che ci portiamo in tasca, divenuto il nostro alter ego, è una sorta di "anello" (quello del Signore degli Anelli) che si fa continuamente toccare, diteggiare, smanacciare, baciare ben oltre le nostre stesse volontà ed è una sorta di scatola nera di noi stessi, a completa disposizione dei nostri controllori. Noi invece non lo controlliamo più.
È una droga che collega direttamente i nostri neuroni alla grande Rete in cui tutto è messo in circolazione. Ché chi deve sapere sappia.
Orwell non c'era arrivato. Nemmeno lui. Erano i maxischermi a garantire il controllo sociale, il Grande Fratello. E invece no. Lo schermo è invece piccolo, e ce ne sono tanti quanti siamo noi che ci seguono appiccicati alle nostre carni in ogni nostro passo. L'incubo totalitario di Orwell nasceva dal collettivismo, d'altra parte, mentre l'incubo che si è realizzato per davvero  nasce invece dalle promesse del Paese dei Balocchi dell'individualismo sfrenato.
Tanti dicono "è il progresso", anche il semplice telefono sembrava un mezzo del diavolo appena venne inventato. Lo smartphone è però un'altra cosa. Mai è esistito un mezzo di comunicazione che li raggruppasse tutti, che desse l'illusione di avere il mondo in tasca con parole, immagini, suoni in tempo reale,  mentre in realtà altro non è che un paradiso artificiale che ti succhia sempre di più, fino a perderti nell'indistinto. E a farti perdere il senso della realtà vera.
Una posizione luddista, antiprogressista, reazionaria, conservatrice, bigotta? Pazienza. "Non tutto quel che viene dopo è progresso", scriveva il Manzoni, in uno dei suoi pochi pensieri a mio avviso condivisibili.
Quindi? Giusto che parli di me. Ho aspettato un bel pezzo a cedere al touch screen e a tutto quel che c'è sotto. Ne ho sempre usati di non miei, oggetti scartati dai familiari, più avanti di me in questa corsa all'alienazione dalla propria umanità.
Il mio attuale è vecchio, ha il vetro crepato, la batteria che tiene poco la carica. E non vedo l'ora che smetta di funzionare del tutto. Perché non lo sostituirò.
Voglio tornare a vivere, a respirare, a comunicare come e quando decido io, e non perché obbligato da un fischio, un lampo, un trillo, un richiamo di una sirena che lega e ti perde per sempre in un mondo già fin troppo perso per conto suo.

giovedì 14 settembre 2017

Repubblica, l'organo di propaganda della borghesia euro atlantica, piange lo stop allo jus soli. Vi suggerisce niente?


di Valter Rossi
E’ utile seguire la Repubblica, quale organo di propaganda e informazione della borghesia euro atlantica. Oggi Ezio Mauro è inviperito perché lo ius soli non potrà essere approvato da questo parlamento. Mancherebbe una maggioranza per farlo, intanto, e, cosa inspiegabile per il nostro, avrebbe prevalso la paura anche a “sinistra” per varare un provvedimento che il popolo non percepisce come urgente, necessario. Mauro insiste sul clima di pesante condizionamento esercitato dalle due forze politiche (inequivocabilmente di destra, secondo lui) che lo impensieriscono (che minacciano la “democrazia”): Ln e M5s. 

È da tutta la legislatura che Repubblica addita questi partiti come il male reale del paese, ma oggi il Big Jim del pensiero unico scaglia qualche dardo anche contro la sinistra, rea di aver adottato una politica di prudenza su una questione “vitale” per il futuro dell’Italia. Sarebbe mancato il “coraggio” di agire anche contro un sentire diffuso sul problema degli immigrati, e che cioè gli italiani hanno letteralmente paura di quello che sta accadendo. Nonostante gli appelli reiterati sulla “risorsa” che costituisce l’immigrazione, nonostante la campagna martellante sul fascino del multiculturalismo, sull’immagine accattivante della società multietnica, all’insegna del “meticcio è bello”, la borghesia “no border” deve prendere atto della paura di un popolo smarrito, frastornato, imbarbarito dal crollo dello Stato sociale e stressato da condizioni di vita sempre più disagevoli. Sono i sondaggi a certificarlo. 
Mauro però lascia capire che questa grande fetta di popolazione che ha paura è solo la parte più ignorante del paese. Non si spinge a dire apertamente che sono tutti xenofobi, razzisti o fascisti, ma lo fa intendere. Solo a sinistra (la sinistra euro atlantica, sia ben chiaro) ci sarebbe invece la consapevolezza di un processo ineluttabile, anzi, positivo. A questa sinistra però mancherebbe solo l’audacia per procedere con quello che il destino ci impone di adottare come atto dovuto. È un trucco, una menzogna, ma tanto basta per creare un incanto umanitario. Nessuno spiega perché gli immigrati dovrebbero salvare il paese o i conti dell’Inps: il sistema è votato al crollo, con o senza gli immigrati. Per Mauro siamo un popolo facilmente suggestionabile, lo confermerebbe anche la presenza del movimento Novax, che palesemente rifiuta i vantaggi della scienza medica. Chi lo avrebbe detto? 
Hanno dedicato tutta la vita e tutte le risorse per distruggere ogni idea di socialismo, ogni possibile forma di costruzione vera dell’autocoscienza, di emancipazione, di costruzione di rapporti sociali liberi dall’oppressione del capitale; combattono in prima linea la battaglia della reazione mondiale, dell’imperialismo, della schiavitù salariale, e poi si dichiarano sorpresi se tutto va a rotoli, se il paese è allo sfascio. Che facce da… Big Jim…

martedì 12 settembre 2017

Tramonta per ora lo jus soli. Laddove non potè il buonsenso potè la paura. Di perdere le elezioni


Anche l'ultimo giapponese rimasto a combattere la battaglia da solo sull'isola ha capitolato, almeno per il momento. Il capogruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda ha dovuto rinunciare all'idea, strenuamente difesa malgrado gli avvertimenti del segretario del partito Renzi, di varare lo jus soli "entro l'autunno".
"Per approvare una legge serve una maggioranza che ora al Senato non c'è", si ora dovuto arrendere all'evidenza. Naturalmente ha auspicato da parte sua che "il lavoro politico che si farà nei prossimi giorni e settimane porti a una soluzione positiva del problema". Giurando infine di voler approvare la legge, ma ammettendo che "per farlo è necessario il dibattito, ma soprattutto servono i voti..."
Che però al Senato non ci sono. Perché nessuna forza politica - a parte gli scissionisti piddini "di sinistra" - si vuole presentare alle urne intestandosi un provvedimento sempre più percepito per quello che è: un nonsenso pieno e completamente inviso all'opinione pubblica alla luce del cambio di rotta su tutta la questione dell'immigrazione.
Insomma, regalare la cittadinanza a 800mila immigrati delle seconde generazioni con un automatismo mascherato e senza alcuna prova di integrazione non può essere più considerato uno scherzo politico senza conseguenze. Quanto accaduto nel 2005 alle banlieue di Parigi (nella foto sopra) proprio per le sollevazioni delle seconde generazioni di immigrati, tutti cittadini francesi, sarebbe dovuto servire da monito. Ma per ricondurre i piddini alla ragione c'è voluto altro.
L'ostinazione con cui il Pd ha tentato di servire le proprie clientele immigrazioniste, con un provvedimento che avrebbe funzionato da ulteriore enorme richiamo di persone da dare in pasto alla tratta degli schiavi con lo specchietto della cittadinanza per i loro figli, si è allentata non per le semplici considerazioni di buon senso, né per l'opposizione di base della stragrande maggioranza dei cittadini di questo Stato, bensì per un mero e bieco calcolo elettorale.
Contano di più i voti degli elettori, in questa fase della vita politica, dei benefici concessi all'indotto del prospero settore dell'importazione di nuovi schiavi.
Scampato pericolo, insomma, ma solo per il momento. Non ci si illuda: un traffico che rende "più del traffico di droga" e il dumping sociale tanto caro al capitalismo finanziario continueranno a fare comodo ai padroni del vapore politico ancora per un bel pezzo.

Informazioni personali

La mia foto
Mi chiamo Gioann March Pòlli (Giovanni Marco Polli all'anagrafe italiana). Sono giornalista professionista e per quasi diciotto anni mi sono occupato di politica, culture e identità per il quotidiano la Padania. Credo nella libertà assoluta di pensiero e odio visceralmente le catene odiose del "politicamente corretto". E non mi piacciono, in un libero confronto di idee, barriere ideologiche, geografiche o mentali. Scrivetemi a camera.nord@libero.it