sabato 17 marzo 2018

Quel giorno ci fecero andare a casa da scuola. Poi qualcuno scrisse su un muro "L'a/mor(t)e di Moro è atto di bontà".



Ho aspettato un giorno da quel 16 marzo quarant'anni dopo. Ho letto gli amarcord, i "dove eravamo quando rapirono Aldo Moro" e allora mi sono deciso. Ho messo mano anch'io alla penna, con un giorno di ritardo. Perché di ricordi ne ho anch'io, eccome se ne ho.
Come molti, ero a scuola. Per la precisione, ero in seconda media.
A casa mia - forse è per questo che poi mi sono scelto quel dannato mestiere che ora non riesco più né a praticare né a scrollarmi di dosso - si ascoltavano tanti giornali radio, si vedevano un paio di Tg e si leggeva un quotidiano. Quindi non si può dire che vivessi proprio al di fuori della realtà. Anzi. Terrorismo, scontri politici, rapimenti, attentati, morti, battaglie di piazza, gambizzazioni erano all'ordine del giorno. Era diventato quasi un gioco: mio papà, prima di accendere la radio, pronunciava invariabilmente il cinico mantra: "Sentiamo chi è stato ammazzato oggi". L'aria che tirava, anche se si aveva poco più di dieci anni, la respiravamo tutti, non come oggi che a malapena un decenne medio sa che si trova a vivere in uno Stato chiamato "italia", ma se gli si chiede che cosa sia uno Stato l'unica risposta è uno sguardo perso nel nulla.
Ecco, quel giorno chi fosse stato rapito ce lo disse l'insegnante di italiano. Era stata chiamata fuori dall'aula e, poco dopo, ritornò bianca in volto e ci disse: "Hanno rapito Aldo Moro, è un fatto gravissimo, il preside ha deciso che dovete ritornare a casa". Figurarsi la reazione istintiva e immediata di una classe scolastica nella quale la campanella di fine lezioni suoni tre ore prima del previsto. Però ricordo che il tono grave con cui ci fu dato l'annuncio ci trattenne dal prorompere in scontate grida di gioia per la mezza vacanza fuori programma. L'aria la respiravamo davvero, ed era pesante.
Ecco, francamente non ricordo se in quel momento sapessi quale carica politica avesse Moro. Sapevo per certo che era un politico della Dc, di quelli molto importanti. Lo vedevo qua e là nei telegiornali, nelle tribune politiche in tv, e mia nonna mi raccontava qualche (rarissimo e pacato) pettegolezzo su di lui, sul suo aspetto, mi faceva notare particolari del suo atteggiamento. Di certo non capivo praticamente nulla di quello che diceva. E il contesto l'avrei infatti ricostruito qualche anno dopo, ai tempi del liceo.
Devo dire però che le scene dell'agguato viste in tv erano impressionanti, anche se si era abituati agli attentati. Ma erano comunque immagini lontane dalla cittadina di sedicimila abitanti in cui ero nato e cresciuto. Lontane e vicine al tempo stesso: era cittadina operaia, in cui il Pci aveva da sempre percentuali bulgare, e i cui muri raccontavano a chiare lettere le tante simpatie in circolazione per la "sinistra extraparlamentare" ideologicamente contigua alle Br. Un giorno comparve sull'asfalto di una piazza affacciata sul lago una enorme falce e martello dipinta con la vernice bianca. Ma era precisa, perfetta, sembrava quasi un'insegna ufficiale, di certo disegnata con un gigantesco stencil, con tutta calma. Quelli erano i tempi.
E poi, dopo 55 giorni, quando fu ritrovata la Renault 4 rossa con il cadavere del presidente della Dc, qualcuno scrisse un arzigogolato gioco di parole, con una vernice nera su un muro e una firma con la A cerchiata degli anarchici: "L'a/mor(t)e di Moro è atto di bontà". Uno sberleffo decisamente volgare e atroce, ma ormai fuori tempo massimo.
Giusta o sbagliata che fosse la "rivoluzione", manovrati o non manovrati che fossero i brigatisti (e oggi si è tutti propensi - e la logica lo assevera - a pensare che lo fossero),  in quel momento avvenne la frattura vera: una buona parte di chi, malgrado tutto, stava anche senza dirlo troppo forte dalla parte dei brigatisti comprese di essere stato fregato. Senza speranza.
Di lì a due anni sarebbe arrivata la Marcia dei Quarantamila quadri Fiat di Torino, a suonare la campana a morto per l'ubriacatura ideologica e i sogni rivoluzionari, e per annunciare, tronfia, l'arrivo degli Anni '80. Gli anni di Craxi, Berlusconi, del Caf, del Pci partito sempre più borghese e allineato con l'ordine geopolitico costituito. Altro che rivoluzione.
Però una cosa la voglio aggiungere: è giusto che i protagonisti di quegli anni ancora tutti da raccontare a chi li ha vissuti, magari di striscio, e a chi assolutamente non c'era, parlino. Dicano la loro. Barbara Balzerani, componente del commando del sequestro Moro, ha ragione: la storia non è scritta soltanto dai vincitori. Anche i vinti, e questo vale per tutte le battaglie che si possano giudicare "giuste" o "sbagliate", hanno pieno diritto di parlare. Portino allora il loro contributo alla ricostruzione degli eventi, dal loro punto di vista. Di "pentiti" o di irriducibili. A ciascuno di noi il compito di giudicare, valutare, pensare. Ammesso che ne siamo ancora capaci.
Ma il principio vale per tutti. Pensiamo poi che ai macellai del "risorgimento", quelli che misero ferro e fuoco Pontelandolfo e Casalduni, i Negri e i Cialdini, e agli stragisti di Bronte, i Garibaldi e i Bixio, sono ancora dedicate lapidi, strade e piazze e gli onori dei libri di Storia ufficiale.
Quei poteri che imperavano nel 1861 sono gli stessi identici che ci legavano negli Anni '70, e che ci stritolano ancora oggi. Nessuno mi toglie però dalla testa un'idea: se per qualche scherzo geopolitico avessero vinto i brigatisti, oggi le piazze sarebbero piene di monumenti a Renato Curcio.

Ascolto consigliato: Fabrizio De André: "Nella mia ora di libertà"

domenica 4 marzo 2018

Referendum in Svizzera: i cittadini non vogliono l'abolizione del canone radio-tv. Ma il loro "servizio pubblico" è serio e l'identità è sacra


Netta e clamorosa sconfitta del referendum in Svizzera per la soppressione del canone radiotelevisivo. Al termine di una lunga ed accesa campagna, il 71,6% dei votanti ha bocciato il testo promosso dalle sezioni giovanili di due partiti di destra (Unione democratica di centro e Partito liberale radicale) che volevano l'abolizione della tassa in nome del libero mercato. Se l'iniziativa fosse stata accettata, la Svizzera sarebbe stato il primo Paese in Europa ad abolire il servizio pubblico nel settore della radio e della televisione, come aveva sottolineato il governo, fortemente contrario alla proposta che minacciava "la sopravvivenza" della Società Svizzera di radiotelevisione (Ssr), l'equivalente - soltanto da un certo punto di vista - della Rai italiana in un mercato audiovisivo piccolo ma multilingue come quello elvetico. Il responso delle urne e' stato chiarissimo, con una valanga di "No" superiore a quanto pronosticato dai sondaggi e una rara e totale unanimità dei cantoni, con percentuali di voti contrari al testo che hanno raggiunto il 78,3% a Neuchatel e il 78,1% nel Giura.
Ancora una volta, probabilmente, gli italiani non capiranno. Tanto per cambiare. Ma come, in Svizzera danno la possibilità di non pagare più il canone televisivo nel modo più democratico possibile e a loro consueto, ovvero con il voto referendario, e loro decidono in massa di volerlo pagare lo stesso?
Sì, perché sanno che una tv di qualità, che non insegua l'audience nel modo più meschino e di infimo livello (all'italiana, insomma), ha costi e finalità che nessun privato si potrebbe permettere attraverso la semplice raccolta pubblicitaria.
La democrazia elvetica, perfetta e compiuta, ha dato insomma ancora una volta ottima prova di sé. Con buona pace degli ultraliberisti, che danno per scontato il predominio del mercato (soprattuto di quello che riempie le loro tasche) sul ruolo sociale e formativo che è esercitato dai media classici anche nell'era di internet.
Certo, il paradosso italiano di un "servizio pubblico" radiotelevisivo che dagli Anni '80 in poi ha rincorso nel baratro la qualità dei programmi delle tv private, fotocopia di una fotocopia delle televisionacce americane, non ha eguali.

Se qui avrei votato senza sena se e senza ma per l'abolizione del canone, in Svizzera sarei stato anche disposto ad un aumento, pur di difendere il pluralismo e l'identità. Roba che in italia è e resta del tutto sconosciuta.

mercoledì 28 febbraio 2018

Riconoscere i demoni prima che prendano il potere di distruggere? Difficile se si è rinchiusi nella gabbia del proprio smartphone


Quello che sto per scrivere potrà forse suonare a sua volta malvagio e irrispettoso? Pazienza. Questa stessa era è malvagia, se la si osserva bene. Non che le altre venute prima fossero poi tanto migliori, tra guerre perpetue, miseria, ignoranza e superstizione. Non certo la mitica età dell'Oro, né tantomeno l'altrettanto mitica Utopia.
Ma a ciascuna epoca i suoi demoni.
Il demone più schifoso di questa è la solitudine. Il demone latente più furioso di tutti. La solitudine che minaccia di aprire sotto di te vertigini inenarrabili come quella in cui, nel Signore degli Anelli, sprofondò Gandalf, insieme al Balrog, giù nelle infinite profondità delle miniere di Moria.
(Ebbene sì, ciascuno dei miei ultimi post contiene una citazione dal Signore degli Anelli: Tolkien è l'epica moderna, universale, trasversale, e c'è dentro tutto, è la narrazione stessa del nostro presente eterno e ubiquo).
Ecco, le sventurate ragazzine freddate dal padre carabiniere uscito di testa a causa della sua separazione che non riusciva ad accettare sono state scaraventate in quel baratro senza ritorno proprio dal Balrog impazzito. Ha trascinato tutto con sé nel suo abisso che fino a poco prima di spalancarsi è stato imperscrutabile agli altri. E che oggi tale resterà, e a nulla varranno le analisi, i perché, le domande.
La cronaca è di oggi. Un uomo non più distinguibile dal proprio demone, dopo aver sparato alla (quasi ex) moglie per ucciderla (ancora più sventurata è lei, forse, che è rimasta in vita e potrà contemplare le rovine di tutto) ha sparato alle figlie e si è a sua volta ucciso.
Non è il primo né sarà l'ultimo. Quello che colpisce, forse, stavolta è il tempo della tragedia: ore e ore interminabili di angoscia infinita, trascorso senza che nessuno potesse tirar fuori quel Balrog da quell'uomo. E quelle ragazzine dalle sue grinfie.
Troppo tardi.
Sono consapevole: queste sono riflessioni da cinque lire, forse non valgono nemmeno tanto.
Però niente mi toglie dalla mente che se prima ci si scannava, uccideva, si moriva a quarant'anni, si annegava nella miseria e nell'ignoranza, quantomeno ci si conosceva. Ci si annusava, ci si guardava.
Si parlava. Si sapeva. Si comunicava. Magari a grugniti, ma si comunicava.
Certo, con questo non ci si può in alcun modo arrogare il diritto di giudicare un fatto di questa portata. Che merita solo pietà, e nessuno conoscerà mai la profondità di quell'abisso, la perversione di quel demone.
Però non si può fare a meno di pensare che se (congiunzione del quale, insieme ai "ma", sono pieni i fossi) si uscisse tutti quanti dal proprio marcio egoismo, ormai sigillato definitivamente in quell'urna mortale di plastica e silicio che ci assorbe la mente e l'anima senza lasciarci più uno spazio di contatto con il prossimo vivo e vero, indemoniato o meno, sarebbe più facile accorgersi in tempo del demone che arriva nel vicino, nel padre, nel marito, nella moglie, nel fratello o nella sorella, nell'amico.
Forse.
Quel che non è "forse" ma è certo, è che se la gran parte dei naviganti nell'odierno fetente mare passano tutto il tempo della propria vita con in mano quell'aggeggio infernale chiamato "smartphone" nell'illusione di essere al centro del mondo, e se con questo diventano incapaci di guardare la realtà che ti respira a fianco, l'inferno arriva senza che nemmeno ce ne si possa accorgere.
Supremo inganno: un "device" fatto per comunicare rende soli.
Paurosamente soli. Impietosamente soli.  Può darsi che in questa occasione non c'entri nulla. Però rende tragicamente soli.
E questa epoca è e resta l'epoca della solitudine. E la solitudine è un demone, un abisso che uccide quando meno te lo aspetti.

Ascolto consigliato: Antonello Venditti, Stai con me

domenica 25 febbraio 2018

Cronache dall'esilio/2 Ora chiudo gli occhi e mi risveglio il 5 marzo.

Non credo di dire una cosa particolarmente nuova o originale se affermo che non ho mai visto una campagna elettorale così indecente ed infima come questa. Per fortuna questo osceno teatrucolo tra pochi giorni finirà per lasciar posto a quello che c'era prima: chi deve comandare comanda, chi deve ubbidire mugugna ed esegue, scaricando le frustrazioni nel campionato di calcio e fumandosi in pace la radiomariadefilippi.
Questa campagna elettorale è la più verminosa di tutte quelle che ho osservato. E dire che se non sono decrepito non sono nemmeno di primo pelo. Pensate un po', ricordo che da bambino facevo collezione di volantini elettorali, allora davvero gettati a profluvi in pasto al volgo, altro che internet e social. Ricordo persino la campagna elettorale del '76, forse la più "cattiva" dai tempi di Don Camillo e Peppone (ma, ancor prima, ricordo quella del '72 grazie ad un gadget particolarmente simpatico: un paio di baffoni di cartoncino proposti non da Peppone ma da un candidato del PLI, con lo slogan "un partito con i baffi"). Anche se avevo soltanto una decina d'anni, ero come oggi un bimbo curioso e, devo dire, quegli umori li respiravo tutti. Quattro giorni prima del voto, Enrico Berlinguer avrebbe di fatto ufficializzato la svolta filoatlantica del Pci intervistato sul Corriere da Gianpaolo Pansa. E quindi sarebbe arrivato il famoso compromesso storico con la Dc, quindi i governi della non sfiducia e infine, a sigillo definitivo, il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro. Che a loro volta avrebbero spalancato, insieme alla Marcia dei Quarantamila quadri Fiat del 1980 a Torino, la fine di tutto e l'inizio del Nulla che ancora oggi ci avvolge e soffoca senza speranza alcuna.
Ecco, chi allora c'era si diverta pure a confrontare quel periodo di piombo con questo in cui viviamo, costituito in via pressoché totale da "materia organica anfibia comunemente detta merda", per prendere a prestito la gentile e geniale frase del Sergente Hartman di Full Metal Jacket.
L'unica cosa in comune che persevera indisturbata oggi come ieri è la strategia della tensione, questa volta declinata in versione soft attraverso la pantomima tragicomica dei cortei dei corifei antifascisti gettati in strada contro le controfigure dei fascisti su Marte. Roba che, davvero, fa domandarsi con angoscia il perché non si cambi un po' genere. Magari cortei dei guelfi contro i ghibellini o dei curiazi contro gli orazi, giusto per scacciare un poco la noia mortale, insomma. Per fortuna esistono anche quelli che non si prendono sul serio, tipo Feudalesimo e Libertà, che se si presentassero davvero alle elezioni avrebbero il mio voto convinto e determinato. 
Qui dall'esilio - lo confesso - ho da poco compiuto un blitz nel fango totale di Facebook. Ho indossato una sorta di scafandro spaziale, ho aperto il portello e ho fatto un giro, dal momento che Fb, se usato correttamente (quindi a dosi omeopatiche), può anche essere parte del mio lavoro, quello serio.
È stato come guardare dentro nel Palantir, la sfera magica del Signore degli Anelli: di peggio non avrei potuto vedere. Ho quindi richiuso tutto, mi sono stretto le mani da solo per aver scelto il mio buen ritiro e, dopo un paio di convenevoli e di post dedicati a cose serie, ho risigillato il portello, rimesso la chiave al suo posto e mi sono tolto finalmente il casco appannato.
Ora non mi resta che mettere sul piatto un bel disco dei Tangerine Dream Anni '70 o rivedermi per l'infinita volta il Live at Pompeii dei Pink Floyd, chiudere gli occhi e magari svegliarmi il 5 marzo per osservare quel che sarà rimasto di tutta la cartapesta sporca e sbrindellata agitata in questi mesi come fosse sacra scrittura o come fosse antani.
Mesi in cui, inevitabilmente, non ho fatto altro che ripensare, per dare un senso al tutto, alle supreme lezioni di Giorgio Gaber.
Chi le conosce sa di che cosa sto parlando, chi non le conosce inizi a studiarsele. Ci sarà stato un motivo se - rammentava spesso - lui stesso non andava più a votare dal 1976... Non a caso, proprio da quelle elezioni che ricordavo anch'io più sopra. Quelle del "mancato sorpasso" Pci-Dc, per un pelo, che tanto sarebbe comunque stato lo stesso come in effetti fu.
Ecco, sapevatelo: dopo il 4 marzo sarà lo stesso anche questa volta. Né più né meno. Quelli che tiravano i fili nel '76 (e nel '46) sono gli stessi che continuano a tirarli indisturbati ancora oggi e - a meno di pesanti rivolgimenti geopolitici - li tireranno indisturbati anche domani.
Vale davvero la pena di agitarsi così tanto assecondando i loro movimenti e giocando al loro gioco con le cartacce sporche?

Ascolto consigliato: Giorgio Gaber - La Democrazia

sabato 27 gennaio 2018

Cronache dall'esilio/1 Fuori da Facebook c'è vita e si respira molto meglio


"Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare quei programmi demenziali con tribune elettorali". "Com'è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". (F. Battiato, "Bandiera bianca")
È dall'anno scorso che non apro più Facebook. Per la precisione dal 31 dicembre. E chi se ne frega, direte voi. E fate bene: ogni accenno di narcisismo social sarebbe in effetti da stroncare sul nascere con una pernacchia o una meno impegnativa alzata di spalle.
E questo vale per il narcisismo dei "grandi influencer" veri o autoproclamati, figurarsi per quelli come me, per i quali l'unica influenza è quella subita, di solito d'inverno, pesto e allettato per qualche giorno.
Però ci tenevo a dirlo, ecco. Come un fumatore che resiste all'idea della sigaretta appena accesa, o un alcolista che non apre più la bottiglia pur avendola bella piena e invitante nel frigo bar.
Camera a Nord ha ospitato soprattutto (poche) mie riflessioni politiche, ma - come blog - è e resta il mio diario e quindi ci scrivo quel che voglio, anche su di me: sono ancora vivo, tutto qui. Magari qualcuno - per altre vie, in diversi mi hanno chiesto lumi - si domandava se fossi in vita oppure fossi sublimato nell'Infinito. Ipotesi, quest'ultima, che per qualcuno è stata forse pure una speranza. Ma se qualcun altro può avere interesse circa la fine che può aver fatto un giornalista disoccupato e sempre più disincantato (e dai santissimi sempre più frantumati) ora lo sa: è biologicamente attivo ma resta parcheggiato in garage. Con i cavi della batteria staccati. Di sicuro fino al 5 marzo, e poi magari ancora.
Tanto quel che dovevo dire e predire l'ho già abbondantemente detto e predetto, scritto e prescritto. Se non ci avrò preso, vuol dire che sono inaffidabile. Se ci avrò preso, mi riconfermerò nel ruolo di  Cassandra, e quindi che parli o non parli è esattamente la stessa cosa. Di conseguenza, il silenzio è la miglior virtù possibile, qualunque piega prendano gli eventi.
Soprattutto negli ultimi anni il mio profilo Facebook è stato in primo luogo un salotto di discussione, libero aperto a tutti, su molti argomenti. Politica e cultura in primis, dal momento che quelli erano gli argomenti di cui mi occupavo per lavoro e passione.
Senza mai aver capito dove finisse il primo e iniziasse la seconda, o viceversa.
Ecco, ora non c'è più né il primo né la seconda. E nemmeno il viceversa.
E non c'è più voglia di niente in generale, se non di tentare di recuperare - almeno - una dimensione individuale che i social annichiliscono o, più propriamente, annientano. I social sono il male. Prima lo sapevo, ora ne ho la consapevolezza interiore profonda. Sono l'alienazione definitiva, il controllo ineludibile, il preludio alla dominazione completa sull'individuo. Isolano con il pretesto della condivisione, cancellano la realtà con il pretesto della sua amplificazione. Ammazzano i contatti diretti, i dialoghi in casa e per strada, le albe, i libri, la musica e il tramonto. La Luna e le piante, l'aria e l'anima. E l'amore. Si diventa schiavi e persi. Si diventa il Nulla foderato di fotografie del Tutto. Fotografie sempre più ingiallite anche se fatte di pixel. Eppure fuori di lì c'è vita, credetemi, e si respira davvero molto meglio.
Non ho mai negato che più di tutti i media amo la radio. Quella vera, quella parlata, quella ascoltata e partecipata dagli ascoltatori con i loro interventi in diretta. La radio "libera la mente", cantava Eugenio Finardi, a patto che sia "libera veramente". La sto facendo, "libera veramente" (e chi mi ascolta lo sa bene) - dopo un primo inizio dai sedici ai diciotto anni della mia biografia - da più di vent'anni di filato.
E non smetterei mai.
Stare su Fb sembrava proprio come essere sempre in trasmissione continua. Parlare, stimolare la discussione, interagire, crescere, fare incontri (ce ne sono stati e molto importanti, devo dire, anche diventati reali), divertirmi o incazzarmi solennemente. Ahimé, non era così bello. Facebook è stata  un'illusione durata troppo a lungo, un semplice mezzo per eludere una realtà molto più cruda. Come una droga. Come il pacchetto di Camel per un tabagista, come il Jack Daniel's per una rockstar alcolizzata. Era come l'Unico Anello portato da Frodo nel Signore degli Anelli di Tolkien: portarlo consumava dentro, ma non si riusciva più a farne a meno.  
Bene, se questo fosse un gruppo di autoaiuto, direi: "È dal 31 dicembre che non lo faccio più". E non mi manca. Ecco, l'ho detto. Non ve ne fregherà nulla, e questo - strano a dirsi - mi rende ancora più tranquillo e sereno. Almeno su questo fronte.
Ad maiora. E grazie per il tempo perso a leggere queste righe. Non odiatemi. Qui in dolce esilio nella mia Camera a Nord ci sto bene e vi voglio bene molto sinceramente.
Ma non vi penso troppo, ed è meglio così.

Ascolto consigliato: Franco Battiato: "Bandiera Bianca" (1981)

giovedì 19 ottobre 2017

Referendum lombardo e veneto: "Odio gli ignavi" e anche gli autolesionisti. Chi non vota è il miglior testimonial a favore del centralismo


Non è certo un mistero che, tra le altre cose, mi consideri un indipendentista acceso e radicale. E questo da un quarto di secolo, sempre a fianco delle ragioni di ogni popolo in cerca di autodeterminazione e contro la sopravvivenza di quei fetidi feticci ottocenteschi rappresentati dai cosiddetti "Stati nazione" (che poi nazioni non sono), sempre più inutili, sempre più dannosi, sempre più odiosi e antidemocratici.
Malgrado questo, e soprattutto per questo, alla vigilia di un appuntamento come quello dei referendum consultivi sull'autonomia che si tengono in Lombardia e Veneto, da piemontese residente in terra lombarda andrò a votare con grande convinzione e motivazione. Per il sì, è chiaro e naturale.
Sappiamo tutti - e tutti a partire dai promotori l'hanno detto con chiarezza - che con quanto accade in  Catalunya tutto questo non c'entra niente. Purtroppo, aggiungo io, ma questo è ancora un altro discorso.
Nonostante ciò, il significato e il dato politico di questo voto consultivo sono profondi.
Ogni qual volta sia possibile gridare, sussurrare, dichiarare, sostenere, firmare, controfirmare ogni iniziativa rivolta a percorrere la lunga e complicata strada della restituzione di poteri, competenze, diritti, legittimità dal centro ai territori, il girarsi dall'altra parte sarebbe soltanto stolto quando non criminale.
Ci possano essere simpatici o antipatici i promotori, ci possano apparire belli o brutti, interessati o disinteressati, furbi o cretini, utili o futili, il tacere quando ci viene chiesto se vogliamo riportare a casa o no quello che è nostro si trasforma in nient'altro che in una complicità di fatto con un potere tanto più lontano ed alto ed irraggiungibile tanto più è centralizzato e sordo alle istanze territoriali.
Si dirà che questo referendum non produce nulla, non fa scattare niente, non porta ad alcun risultato immediato e concreto. Può essere, mi auguro proprio di no, ma può anche non essere: un forte consenso popolare alla richiesta di più autonomia, quindi più poteri ai territori, quindi a noi stessi, è un dato politico fondamentale per poter pretendere una trattativa.
Viceversa, il dato politico che emergerebbe da una scarsa partecipazione sarebbe incontestabile e ci verrebbe sbattuto sul naso per i prossimi cent'anni: ai lombardi e ai veneti dell'autonomia non frega assolutamente nulla. Sono stati zitti quando potevano parlare, continuino pure a tacere e a pagare.
Per questo motivo la cieca ostinazione con cui certi "indipendentisti duri e puri" si affannano per far fallire il referendum è nient'altro che una incomprensibile connivenza con il nemico. Diventano, di fatto, le quinte colonne del centralismo e della conservazione dell'asse di potere Stato ottocentesco/Superstato Ue. 
Un'altra considerazione: una scarsa partecipazione al voto lombardo e veneto sarebbe una tomba non soltanto per le speranze delle due Regioni interessate, ma anche per tutte le altre. Con quale credibilità si potrebbe allora chiedere più autonomie e poteri per il Piemonte, la Liguria, l'Emilia-Romagna, ma anche per la Puglia e la Calabria, a titolo di esempio?
Mi ripeto: andare a votare ai due referendum, oggi, è l'unica possibiltà, del tutto legale e vincolante almeno da un punto di vista politico, che abbiamo per alzare la voce nella nostra legittima pretesa che ci venga restituito quello che è nostro: almeno alcuni pezzi di quei poteri che il centralismo romano sta viceversa regalando a mazzi al centralismo di Bruxelles.

Se invece le quinte colonne non sono effettivamente tali, allora non cerchino scuse per la loro ignavia. O per la loro idiozia. Perché si comportano proprio alla stregua del solito marito armato di cesoie contro se stesso per far dispetto alla moglie. Il non plus ultra dell'intelligenza.
Ci sarebbe infine una terza ipotesi. I massimalisti "duri e puri" hanno in realtà in tasca un piano alternativo: fare la rivoluzione al di fuori delle urne e della democrazia. Ce lo spieghino, ce lo illustrino, si mettano in marcia e se saranno convincenti molto di più di quanto pensano di esserlo nel tentare di farci stare a casa, li seguiremo fiduciosi e con lo sguardo proiettato verso i luminosi destini.

Però di barricate pronte non se ne vedono. All'orizzonte vedo le urne. E sempre più motivazioni per andare a votare, ben consapevole del fatto che quello di domenica 22 ottobre sarà soltanto un inizio per l'ancora lungo e difficile percorso di affrancamento. 
Ma, soprattutto, ancora più consapevole che il non andarci comporterebbe soltanto la sua indiscutibile fine.

Ascolto consigliato:
Fba, "Ol Pal", traduzione in lombardo bergamasco della celebre canzone catalana "Estaca" di Lluis Lach

mercoledì 4 ottobre 2017

E se i più fedeli alleati del mondialismo fossero proprio i sedicenti "sovranisti"?



Il formidabile risveglio del popolo catalano e il durissimo braccio di ferro con Madrid hanno dato la stura a un brulichio di ipotesi, controipotesi, complottismi e contocomplottismi, soprattutto in circolazione nei social, per additare e denunciare chi "vi sarebbe dietro" l'indipendentismo di Barcellona. Dalla clamorosa bufala sull'immancabile Soros di cui si è già detto in un altro articolo fino ai "poteri forti della Ue" che mirerebbero a disgregare, e chissà poi perché, gli stessi Stati che la compongono. 

Un brulichio di bisbigli che si è fatto sempre più caciara,  in particolare prodotta da parte di chi si proclama sovranista, e che lamenta la lesa maestà non tanto di Sua Altezza Reale Felipe VI di Spagna quanto del concetto stesso di "Stato nazione".
Un feticcio che è anche e soprattutto un concetto fallace e mendace, inventato nell'Ottocento, quando le borghesie capitalistiche internazionali, in accordo e in alleanza con le cancellerie e gli eserciti, presero una cartina geografica e vi disegnarono sopra i confini degli Stati fantoccio che meglio si addicevano ai loro interessi economici e li battezzarono "nazioni". Fomentando la creazione di movimenti in tal senso e riempiendo i libri di Storia di propagande retroattive atte a giustificarne l'esistenza.
La "nazione", in effetti, è e resta tutta un'altra cosa. È un concetto che non coincide per nulla con uno Stato attuale, quasi sempre plurinazionale di fatto quando non di diritto, ma con i popoli. I cui confini non sono geopolitici ma antropologici e sono sono quelli di storia, cultura e lingua. Confini peraltro dinamici e tutt'altro che immutabili nel tempo come si sarebbe preteso, e si pretenderebbe soprattutto oggi, per gli ordinamenti giuridici statali. 

L'italia è un caso esemplare di questa creazione in laboratorio stile Frankenstein: territorio geografico assai composito e ben distinto in macro aree, i suoi popoli, mai realmente "uniti" nemmeno ai tempi della dominazione romana e dell'invenzione del termine stesso "italia", erano e restano divisi proprio per clima, tradizioni, inclinazioni, storia, cultura e lingua. Quella denominata "italiana" parlata tra l'altro, ai tempi della creazione dell'italico regno per mano dei Savoia-Carignano, da appena circa il due per cento dei sudditi e nemmeno dai loro sovrani. Questo contando tra i sudditi i pochi e prezzolati intellettuali e l'intero numero dei tosco-laziali, che la impiegavano (con accenti assai diversi, peraltro) perché soltanto per loro era la effettiva "lingua propria".

A proposito di indipendentismo, viene in mente un documento oggi da tutti dimenticato ma che varrebbe la pena riproporre prima o poi nella sua interezza. Si tratta del Manifesto per un'Unione europea socialista, sottoscritto nel 1973 dagli indipendentisti armati irlandesi dell'Ira Provisional, dai baschi dell'Eta insieme con gli arpitani di Alpe, i sardi di Su Populu Sardu e anche con i piemontesi di Alp. Un suo passaggio ricordava giustamente che "i giovani borghesi "nazionali" (le virgolette sono nell'originale proprio per definire l'uso improprio del termine, nda) del secolo scorso (l'Ottocento, nda) hanno dato spazio al grande capitale monopolistico europeo". Aggiungendo inoltre che "tutti i nostri popoli si trovano in una situzione di subordinazione nei confronti del grande schieramento oligarchico europeo". Parole molto profetiche e sempre attualissime. Allora l'Unione europea si chiamava Mercato Comune Europeo ma il progetto era già molto ben chiaro per chiunque lo avesse voluto leggere.

Viene da chiedersi allora chi abbia voluto questo "superstato europeo" in nuce, e perché. Forse i popoli? Forse le nazioni? Oppure le stesse identiche oligarchie europee finanziarie e capitalistiche che nell'800 si inventarono a tavolino gli Stati fantoccio per i loro interessi? Quanti sono stati i popoli, in Europa, che hanno delegato liberamente e dopo un voto a Bruxelles la propria sovranità? Una sovranità che, nel caso dello Stato italiano, appartiene al popolo almeno formalmente sulla carta, ma che da palazzo si vorrebbe sempre più "cedere" alle oligarchie.
Ecco, sono proprio gli "Stati nazione", oggi difesi come un feticcio intoccabile dai sedicenti sovranisti, ad essersi comportati come principale strumento di passaggio dei poteri dai territori al centralismo oligarchico di Bruxelles. Perché voluti e costruiti un secolo prima dagli stessi identici poteri che un secolo dopo avrebbero inventato il leviatano europeo per meglio curarsi gli affari propri.

Seguendo il filo logico del discorso, appare quindi chiaro che chi si pone contro il leviatano europeo e il suo portato globale, il mondialismo, abbracciando lo Stato, ovvero lo strumento della sua costruzione in barba ai popoli e alle nazioni vere, finisce ad essere il primo complice del leviatano.
Denunciando la volontà dei popoli di riprendersi la sovranità verso il basso e pretendendo il mantenimento dell'integrità degli Stati inventati nell'Ottocento come strumento del capitalismo, sia i sovranisti "di destra" sia quelli "di sinistra" mascherati da internazionalisti si comportano come perfetti kapò al servizio dell'attuale Ue. 
Insomma, se si vuole "più libertà" e "più sovranità", affidarle in custodia ai propri aguzzini che ne fanno strame non è certo la scelta più furba. Anzi, è scelta suicida.

Un ragionamento assurdo?
Non più assurdo di quelli che si leggono quando qualcuno tenta di convincerci che "occorre difendere gli Stati nazionali minacciati sia dall'interno (dalle volontà secessioniste) e dall'esterno (dai poteri sovranazionali)". 
Oggi gli "Stati nazionali" non sono minacciati dai poteri sovranazionali: sono solo uno strumento nelle loro mani. E chi difende i primi finisce inevitabilmente per difendere i secondi.
Tornino quindi potere e sovranità ai popoli, se davvero vogliamo sperare di tornare ad essere padroni di noi stessi.



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Mi chiamo Gioann March Pòlli (Giovanni Marco Polli all'anagrafe italiana). Sono giornalista professionista e per quasi diciotto anni mi sono occupato di politica, culture e identità per il quotidiano la Padania. Credo nella libertà assoluta di pensiero e odio visceralmente le catene odiose del "politicamente corretto". E non mi piacciono, in un libero confronto di idee, barriere ideologiche, geografiche o mentali. Scrivetemi a camera.nord@libero.it