Ma quali "valori" e "diritti", è il CEO della Rheinmetall, la stessa industria che a suo tempo armò la Wehrmacht di Hitler, a gettare la maschera.
Un articolo del Financial Times che nessuno ha ripreso
Hanno aderito i sindacati, quegli stessi che negli Anni '80 sostenevano il diritto dei lavoratori all'obiezione di coscienza. Ovvero i dipendenti delle industrie belliche avrebbero potuto non lavorare per produrre strumenti di morte. Percependo però sempre lo stipendio, è ovvio. Ha aderito l'Anpi, dicendo che in piazza con chi ci va per il riarmo ci va invece per il disarmo. Le idee sono chiare, più o meno. Anche la Comunità di Sant'Egidio vuole ritrovarsi nella stessa piazza ma sotto le insegne di "disarm Europe". Auguri. Non manca nemmeno l'adesione della "comunità GLBTIAecc." in nome dell'"Europa dei diritti". Tutti tranne quelli sociali, come sempre. Sigle e siglette aderenti si moltiplicano. Funghi e funghetti se non velenosi, quasi.
Quella del 15 marzo, "In piazza per l'Europa", insomma, potrebbe configurarsi come una malabolgia confusa e tesa in cui non si capisce bene perché si sia lì e a chiedere che cosa. Sui social fioccano i meme secondo cui in piazza si terrà "un raduno degli azionisti di Leonardo".
E, come spesso capita, la realtà finisce per superare la satira.
Se facciamo uno o due passi indietro e ricostruiamo dall'origine la vicenda, forse possiamo dotarci di qualche strumento in più per comprendere che cosa stia accadendo. In questa confusione, infatti, l'informazione svolge egregiamente il proprio ruolo in uno scenario di guerra: tace o disinforma.
Primo passo indietro. Monaco, 14/17 febbraio, conferenza sulla sicurezza. La Germania, padrona di casa, ci arriva famelica e già in prospettiva "armata fino ai denti". Ora che gli Usa hanno mollato la presa sulla Ue e quindi sulla Germania, messa in ginocchio a partire dall'Amministrazione Obama, il vecchio e ben noto apparato militare teutonico rialza la testa ed erige i cannoni.
Sul Die Junge Welt compare un articolo a firma Arnold Schölzel in cui si spiega chiaramente che la Germania ambisce a essere leader nella corsa agli armamenti. E si riporta che il ministro della Difesa Boris Pistorius (Spd) ha annunciato che, una volta raggiunto l’obiettivo del 2%, l’ambizione della Germania deve essere quella di essere la «spina dorsale convenzionale» del riarmo. Insieme a queste dichiarazioni piuttosto chiare, partono pure i rulli dei tamburi di guerra: sul sito web del ministero tedesco si può leggere in forma esplicita che «La Russia è la più grande minaccia nell’area euro-atlantica». Quindi il ministro conclude affermando che «In definitiva, la guerra in Ucraina si deciderà anche alle catene di montaggio nei Paesi produttori».
Il 17 febbraio, a Monaco, in una collaterale della Conferenza, interviene un signore forse poco conosciuto ai più, ma che di fatto, come vedremo, è ritenuto essere il "vero" commissario alla Difesa dell'Unione europea: Armin Papperger. Non si tratta né di un politico né di un analista geostrategico. È il Ceo di Rheinmetall, la più imponente fabbrica tedesca di armamenti con sede a Dusseldorf. Proprio la stessa che fornì buona parte delle armi alla Wehrmacht di Adolf Hitler, anche con l'ausilio dei famosi lavoratori forzati. Né dà ampio conto il Financial Times, giornale di certo non sospettabile di complottismo o di essere al soldo del Cremlino. Da notare che l'articolo - e soprattutto le dichiarazioni - non sono stati praticamente ripresi da nessuno almeno in Italia, ma si trova tutto tranquillamente sui siti russi. Quelli però a cui il "libero e democratico Occidente" impedisce l'accesso.
“Se i genitori cenano, i bambini devono sedersi a un altro tavolo”, ha detto Papperger riportato dal Ft. “Gli Stati Uniti stanno negoziando con la Russia e nessun europeo è al tavolo" ed è quindi "diventato chiaro che gli europei sono i ragazzi”, ha aggiunto. Ma la frase forse più clamorosa, e che nel corso di un conflitto nessuna persona sana di mente e titolata dovrebbe potersi permettere di dire in pubblico, è stata più che chiara: “Gli europei e gli ucraini non hanno nulla nei loro arsenali”. Certo, per gli interessi che rappresenta il Ceo di Rheinmetall, che non vede l'ora di riempirli con i suoi prodotti, questa è una vera manna dal cielo. Anche per gli organi di informazione del "nemico", però, ai quali non pareva vero di poter dire che Europa e Ucraina hanno perso la guerra perché, parola loro, hanno finito le munizioni.
Prima di fare un passo successivo, interessante leggere che cosa il FT racconta di Rheinmetall: "Le azioni dei gruppi di difesa europei sono aumentate vertiginosamente dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e hanno ricevuto un’ulteriore spinta lunedì dopo che il vicepresidente americano JD Vance ha espresso ulteriori incertezze durante il fine settimana sull’impegno di Washington nel garantire la sicurezza del continente".
"Rheinmetall - si può ancora leggere - è stato uno dei maggiori beneficiari della crescente insicurezza globale. Papperger ha dichiarato al FT di aspettarsi vendite annuali per un valore compreso tra 30 e 40 miliardi di euro entro i prossimi cinque anni, un forte aumento rispetto ai 5,7 miliardi di euro riportati dalla società nel 2021, prima dell’invasione russa dell’Ucraina".
Ma perché questo signore è così importante, oltre ai motivi che già dovrebbero essere chiari da queste sue dichiarazioni? A spiegarlo senza tentennamenti è il sito Politico.eu, quotato osservatorio dei retroscena Ue, pubblicato da un gruppo editoriale tedesco su licenza americana. In un articolo uscito lo scorso 4 ottobre, tutto è molto chiaro già a partire dal titolo: "L'Europa ha un vero commissario alla difesa, ma non uno nominato da Ursula von der Leyen". Si tratta del "capo del più grande produttore di armi tedesco", che "è un potente attore nella corsa al riarmo dell'Europa". Ecco in che cosa consistono i "diritti", ecco la "democrazia", ecco soprattutto la lotta al "conflitto di interessi" secondo la Ue, spiegati in due righe.
Non bastasse, l'attacco dell'articolo è piuttosto esplicativo. "Il capo di Rheinmetall - si può leggere - ha idee molto chiare sul futuro della difesa dell'UE", ha affermato un funzionario dell'UE che lo ha incontrato di recente. "Ha opinioni sui paesi con cui dovremmo raggiungere accordi e su quelli con cui non dovremmo". Ecco, si potrebbe scavare oltre, su questo signore, le sue "entrature" e le sue posizioni. Fonti e dichiarazioni non mancano, ma può bastare così. Se qualcuno ancora pensa alla Ue come ad un qualcosa che abbia a che fare con la democrazia e con gli interessi reali dei suoi cittadini che non si chiamino Papperger, continui pure a credere alle favole. E scenda in piazza con lo straccetto blu.
Bene. E allora i collegamenti con le piazze italiane? Ecco qui, il filo è evidente. L'adunata del 15 marzo è stata convocata da un articolo firmato Michele Serra e uscito il 27 febbraio su Repubblica. Lo stesso giornale, poco dopo, avrebbe ospitato un immaginifico scritto di Antonio Scurati dai toni paradannunziani (dei poveri) in cui invitava gli europei, di fatto, a riscoprirsi "guerrieri". No, non si parlava di "guerra igiene del mondo" come nel manifesto futurista di Filippo Tommaso Marinetti, ma i miasmi che esalavano da certe parole avevano lo stesso identica fragranza di povere da sparo, sangue, polvere, morte e putrefazione.
E arriviamo al dunque. Tutti sanno a chi appartiene Repubblica. Editoriale Gedi, appartenente a sua volta a Exor. Di proprietà di chi? Forse di quella stessa famiglia che è più che interessata alla fabbricazione e al commercio delle armi? Iveco Defence Vehicles - le cui azioni oggi valgono oro, un po' come quelle di Rehinmetall - è infatti ad oggi parte del gruppo Iveco. E a chi appartiene il gruppo Iveco? Naturalmente ad Exor, la cui editrice pubblica i proclami di Serra e Scurati. In pratica, la finanziaria della famiglia Agnelli-Elkan se la canta e se la suona da sola. Ma guai soltanto a pensare che lo faccia per interessi di meschina bottega, no! Sarebbe complottismo! Le cause sono sempre alte e nobili: democrazia, diritti, libertà e blablabla fratelli.
Ma la catena non è ancora finita. Un servizio di Milano Finanza del 12 novembre 2024 spiegava che "Iveco Defence si allea con Leonardo". Non solo: "fino al 15 per cento della joint venture" con chi? Ma quella di Leonardo proprio con Rheinmetall. Che al mercato (delle armi) mio padre comprò.
Chiuso il cerchio, lo scenario è chiaro. Dirittti, sì sì. Democrazia, sì sì, valori, sì sì. Quelli azionari sicuramente. Ed ecco il motivo per cui il meme per cui la manifestazione del 15 sarà "l'adunata degli azionisti di Leonardo" non è satira. È la pura e semplice realtà: a convocarla sono proprio stati gli azionisti di Leonardo.
Se poi gli adunanti del 15 marzo, di fronte a tutto questo, non si sentono presi in giro e schifati pure dall'armamentario retorico davvero cheap messo in piedi dagli stessi organi dei fabbricanti d'armi per garantirsi per via politica i loro interessi di sempre, prima, seconda e terza Guerra mondiale, si adunino e marcino pure L'importante è che siano consapevoli delle vere motivazioni di chi li ha convocati. E che, per coerenza, almeno marcino con il passo dell'oca. Ein, Zwei, Ein Zwei.
Ascolto consigliato: Edoardo Bennato, Viva la Guerra
L'articolo del Financial Times in lingua originale.
War in Ukraine
Europe consigned to kids’ table in Ukraine peace talks, says defence CEO
Decades of under-investment in military has left region isolated in US-Russia negotiations, says Rheinmetall chief
Armin Papperger, chief executive of German weapons producer Rheinmetall: ‘If you don’t invest, if you’re not strong, they handle you like kids’
Roula Khalaf and Laura Pitel in Munich and Patricia Nilsson in Frankfurt FEBRUARY 18 2025
European nations have been left at the kids’ table in talks over the future of Ukraine because of decades of under-investment in defence, the chief of Germany’s largest defence contractor has warned.
Armin Papperger, chief executive of Rheinmetall, said Europe had itself to blame for being sidelined from US President Donald Trump’s negotiations to end the war in Ukraine.
“If you don’t invest, if you’re not strong, they handle you like kids,” he told the Financial Times. “It was very convenient for the Europeans over the last 30 years to say, OK, spend 1 per cent [of GDP on defence], it’s fine.”
The consequence of that stance, Papperger said, was that Europeans were like children consigned to a separate table while the US and Russia engaged in discussions over Ukraine’s future.
“If parents have dinner, the kids have to sit at another table,” he said. “The US is negotiating with Russia and no European is at the table — it has become very clear that the Europeans are the kids,” he added on the sidelines of the Munich Security Conference.
Between 2021 and 2024, EU countries’ total defence spending rose by more than 30 per cent to an estimated €326bn, about 1.9 per cent of the bloc’s GDP, according to official data.
Trump has put heavy pressure on Nato members to increase their defence spending to as much as 5 per cent of GDP.
Papperger was speaking as European leaders reeled from Trump’s decision to call Vladimir Putin to start “immediate” negotiations over a deal to end the war in Ukraine without consulting Europe or Kyiv.
As European leaders grappled with how to ensure the continent’s security after US threats to drastically reduce its support, the outspoken defence executive said that demand for arms in the region would remain strong even in the event of a ceasefire between Ukraine and Russia.
“The Europeans and the Ukrainians have nothing in their depots,” he said, referring to low stocks of arms held on the continent.
Rheinmetall’s share price, which has nearly quadrupled since Russia’s full-scale invasion of Ukraine, initially fell after Trump’s plan for peace talks was announced last week.
But European defence stocks, including Rheinmetall, have rallied since then as investors bet that governments in the region would have to massively increase military spending in response to growing fears of a US retreat from its decades-long role as a guarantor of the continent’s security.
Papperger, who is believed to have been the target of a foiled assassination plot by Russia last year, voiced doubt that Trump’s peace talks would actually lead Russia to “stop firing”.
He said his company would benefit even if there was a ceasefire because Europe would continue to invest in weapons as it confronted the threat of Russian aggression.
“Even if the war [in Ukraine] stops — if we think that we have a very peaceful future, I think that’s wrong,” he said.
Germany, Europe’s largest economy, spent about 2 per cent of GDP on defence last year. Nato secretary-general Mark Rutte has said the alliance’s target would have to rise to “considerably more than 3 per cent”.
Papperger said that, following nationwide elections on Sunday, he expected Germany’s next government to rapidly relax strict debt rules to enable more defence spending, even though election frontrunner Friedrich Merz is officially committed to keeping them in place.
“I personally believe that will happen, and it will happen immediately,” he said.
Shares in European defence groups have soared since Russia’s full-scale invasion of Ukraine in 2022 and received a further boost on Monday after US vice-president JD Vance cast further uncertainty over the weekend on Washington’s commitment to ensuring the continent’s security.
Rheinmetall has been one of the biggest beneficiaries of rising global insecurity. Papperger told the FT he expected annual sales worth €30bn to €40bn within the next five years — a sharp increase from the €5.7bn the company reported in 2021, before Russia’s invasion of Ukraine.