venerdì 14 marzo 2025

Altro che "diritti" e "democrazia": è l'industria delle armi a dettare gli ordini alle "piazze per l'Europa" del 15 marzo

Ma quali "valori" e "diritti", è il CEO della Rheinmetall, la stessa industria che a suo tempo armò la Wehrmacht di Hitler, a gettare la maschera.
Un articolo del Financial Times che nessuno ha ripreso


Hanno aderito i sindacati, quegli stessi che negli Anni '80 sostenevano il diritto dei lavoratori all'obiezione di coscienza. Ovvero i dipendenti delle industrie belliche avrebbero potuto non lavorare per produrre strumenti di morte. Percependo però sempre lo stipendio, è ovvio. Ha aderito l'Anpi, dicendo che in piazza con chi ci va per il riarmo ci va invece per il disarmo. Le idee sono chiare, più o meno. Anche la Comunità di Sant'Egidio vuole ritrovarsi nella stessa piazza ma sotto le insegne di "disarm Europe". Auguri. Non manca nemmeno l'adesione della "comunità GLBTIAecc." in nome dell'"Europa dei diritti". Tutti tranne quelli sociali, come sempre. Sigle e siglette aderenti si moltiplicano. Funghi e funghetti se non velenosi, quasi.

Quella del 15 marzo, "In piazza per l'Europa", insomma, potrebbe configurarsi come una malabolgia confusa e tesa in cui non si capisce bene perché si sia lì e a chiedere che cosa. Sui social fioccano i meme secondo cui in piazza si terrà "un raduno degli azionisti di Leonardo".
E, come spesso capita, la realtà finisce per superare la satira. 
Se facciamo uno o due passi indietro e ricostruiamo dall'origine la vicenda, forse possiamo dotarci di  qualche strumento in più per comprendere che cosa stia accadendo. In questa confusione, infatti, l'informazione svolge egregiamente il proprio ruolo in uno scenario di guerra: tace o disinforma.

Primo passo indietro. Monaco, 14/17 febbraio, conferenza sulla sicurezza. La Germania, padrona di casa, ci arriva famelica e già in prospettiva "armata fino ai denti". Ora che gli Usa hanno mollato la presa sulla Ue e quindi sulla Germania, messa in ginocchio a partire dall'Amministrazione Obama, il vecchio e ben noto apparato militare teutonico rialza la testa ed erige i cannoni.
Sul Die Junge Welt  compare un articolo a firma  Arnold Schölzel in cui si spiega chiaramente che la Germania ambisce a essere leader nella corsa agli armamenti. E si riporta che il ministro della Difesa Boris Pistorius (Spd) ha annunciato che, una volta raggiunto l’obiettivo del 2%, l’ambizione della Germania deve essere quella di essere la «spina dorsale convenzionale» del riarmo. Insieme a queste dichiarazioni piuttosto chiare, partono pure i rulli dei tamburi di guerra: sul sito web del ministero tedesco si può leggere in forma esplicita che «La Russia è la più grande minaccia nell’area euro-atlantica». Quindi il ministro conclude affermando che «In definitiva, la guerra in Ucraina si deciderà anche alle catene di montaggio nei Paesi produttori».

Il 17 febbraio, a Monaco, in una collaterale della Conferenza, interviene un signore forse poco conosciuto ai più, ma che di fatto, come vedremo, è ritenuto essere il "vero" commissario alla Difesa dell'Unione europea: Armin Papperger. Non si tratta né di un politico né di un analista geostrategico. È il Ceo di Rheinmetall, la più imponente fabbrica tedesca di armamenti con sede a Dusseldorf. Proprio la stessa che fornì buona parte delle armi alla Wehrmacht di Adolf Hitler, anche con l'ausilio dei famosi lavoratori forzati. Né dà ampio conto il Financial Times, giornale di certo non sospettabile di complottismo o di essere al soldo del Cremlino. Da notare che l'articolo - e soprattutto le dichiarazioni - non sono stati praticamente ripresi da nessuno almeno in Italia, ma si trova tutto tranquillamente sui siti russi. Quelli però a cui il "libero e democratico Occidente" impedisce l'accesso.

“Se i genitori cenano, i bambini devono sedersi a un altro tavolo”, ha detto Papperger riportato dal Ft. “Gli Stati Uniti stanno negoziando con la Russia e nessun europeo è al tavolo" ed è quindi "diventato chiaro che gli europei sono i ragazzi”, ha aggiunto. Ma la frase forse più clamorosa, e che nel corso di un conflitto nessuna persona sana di mente e titolata dovrebbe potersi permettere di dire in pubblico, è stata più che chiara: “Gli europei e gli ucraini non hanno nulla nei loro arsenali”. Certo, per gli interessi che rappresenta il Ceo di Rheinmetall, che non vede l'ora di riempirli con i suoi prodotti, questa è una vera manna dal cielo. Anche per gli organi di informazione del "nemico", però, ai quali non pareva vero di poter dire che Europa e Ucraina hanno perso la guerra perché, parola loro, hanno finito le munizioni. 
Prima di fare un passo successivo, interessante leggere che cosa il FT racconta di Rheinmetall: "Le azioni dei gruppi di difesa europei sono aumentate vertiginosamente dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e hanno ricevuto un’ulteriore spinta lunedì dopo che il vicepresidente americano JD Vance ha espresso ulteriori incertezze durante il fine settimana sull’impegno di Washington nel garantire la sicurezza del continente". 

"Rheinmetall - si può ancora leggere - è stato uno dei maggiori beneficiari della crescente insicurezza globale. Papperger ha dichiarato al FT di aspettarsi vendite annuali per un valore compreso tra 30 e 40 miliardi di euro entro i prossimi cinque anni, un forte aumento rispetto ai 5,7 miliardi di euro riportati dalla società nel 2021, prima dell’invasione russa dell’Ucraina".
Ma perché questo signore è così importante, oltre ai motivi che già dovrebbero essere chiari da queste sue dichiarazioni? A spiegarlo senza tentennamenti è il sito Politico.eu, quotato osservatorio dei retroscena Ue, pubblicato da un gruppo editoriale tedesco su licenza americana. In un articolo uscito lo scorso 4 ottobre, tutto è molto chiaro già a partire dal titolo: "L'Europa ha un vero commissario alla difesa, ma non uno nominato da Ursula von der Leyen". Si tratta del "capo del più grande produttore di armi tedesco", che "è un potente attore nella corsa al riarmo dell'Europa". Ecco in che cosa consistono i "diritti", ecco la "democrazia", ecco soprattutto la lotta al "conflitto di interessi" secondo la Ue, spiegati in due righe.


Non bastasse, l'attacco dell'articolo è piuttosto esplicativo. "Il capo di Rheinmetall - si può leggere - ha idee molto chiare sul futuro della difesa dell'UE", ha affermato un funzionario dell'UE che lo ha incontrato di recente. "Ha opinioni sui paesi con cui dovremmo raggiungere accordi e su quelli con cui non dovremmo". Ecco, si potrebbe scavare oltre, su questo signore, le sue "entrature" e le sue posizioni. Fonti e dichiarazioni non mancano, ma può bastare così. Se qualcuno ancora pensa alla Ue come ad un qualcosa che abbia a che fare con la democrazia e con gli interessi reali dei suoi cittadini che non si chiamino Papperger, continui pure a credere alle favole. E scenda in piazza con lo straccetto blu.

Bene. E allora i collegamenti con le piazze italiane? Ecco qui, il filo è evidente. L'adunata del 15 marzo è stata convocata da un articolo firmato Michele Serra e uscito il 27 febbraio su Repubblica. Lo stesso giornale, poco dopo, avrebbe ospitato un immaginifico scritto di Antonio Scurati dai toni paradannunziani (dei poveri) in cui invitava gli europei, di fatto, a riscoprirsi "guerrieri". No, non si parlava di "guerra igiene del mondo" come nel manifesto futurista di Filippo Tommaso Marinetti, ma i miasmi che esalavano da certe parole avevano lo stesso identica fragranza di povere da sparo, sangue, polvere, morte e putrefazione.
E arriviamo al dunque. Tutti sanno a chi appartiene Repubblica. Editoriale Gedi, appartenente a sua volta a Exor. Di proprietà di chi? Forse di quella stessa famiglia che è più che interessata alla fabbricazione e al commercio delle armi? Iveco Defence Vehicles - le cui azioni oggi valgono oro, un po' come quelle di Rehinmetall - è infatti ad oggi parte del gruppo Iveco. E a chi appartiene il gruppo Iveco? Naturalmente ad Exor, la cui editrice pubblica i proclami di Serra e Scurati. In pratica, la finanziaria della famiglia Agnelli-Elkan se la canta e se la suona da sola. Ma guai soltanto a pensare che lo faccia per interessi di meschina bottega, no! Sarebbe complottismo! Le cause sono sempre alte e nobili: democrazia, diritti, libertà e blablabla fratelli.

Ma la catena non è ancora finita. Un servizio di Milano Finanza del 12 novembre 2024 spiegava che "Iveco Defence si allea con Leonardo". Non solo: "fino al 15 per cento della joint venture" con chi? Ma quella di Leonardo proprio con Rheinmetall. Che al mercato (delle armi) mio padre comprò.
Chiuso il cerchio, lo scenario è chiaro. Dirittti, sì sì. Democrazia, sì sì, valori, sì sì. Quelli azionari sicuramente. Ed ecco il motivo per cui il meme per cui la manifestazione del 15 sarà "l'adunata degli azionisti di Leonardo" non è satira. È la pura e semplice realtà: a convocarla sono proprio stati gli azionisti di Leonardo.

Se poi gli adunanti del 15 marzo, di fronte a tutto questo, non si sentono presi in giro e schifati pure dall'armamentario retorico davvero cheap messo in piedi dagli stessi organi dei fabbricanti d'armi per garantirsi per via politica i loro interessi di sempre, prima, seconda e terza Guerra mondiale, si adunino e marcino pure L'importante è che siano consapevoli delle vere motivazioni di chi li ha convocati. E che, per coerenza, almeno marcino con il passo dell'oca. Ein, Zwei, Ein Zwei.

Ascolto consigliato: Edoardo Bennato, Viva la Guerra



L'articolo del Financial Times in lingua originale.

War in Ukraine
Europe consigned to kids’ table in Ukraine peace talks, says defence CEO

Decades of under-investment in military has left region isolated in US-Russia negotiations, says Rheinmetall chief

Armin Papperger, chief executive of German weapons producer Rheinmetall: ‘If you don’t invest, if you’re not strong, they handle you like kids’ 

Roula Khalaf and Laura Pitel in Munich and Patricia Nilsson in Frankfurt FEBRUARY 18 2025

European nations have been left at the kids’ table in talks over the future of Ukraine because of decades of under-investment in defence, the chief of Germany’s largest defence contractor has warned.

Armin Papperger, chief executive of Rheinmetall, said Europe had itself to blame for being sidelined from US President Donald Trump’s negotiations to end the war in Ukraine.

“If you don’t invest, if you’re not strong, they handle you like kids,” he told the Financial Times. “It was very convenient for the Europeans over the last 30 years to say, OK, spend 1 per cent [of GDP on defence], it’s fine.”

The consequence of that stance, Papperger said, was that Europeans were like children consigned to a separate table while the US and Russia engaged in discussions over Ukraine’s future.

“If parents have dinner, the kids have to sit at another table,” he said. “The US is negotiating with Russia and no European is at the table — it has become very clear that the Europeans are the kids,” he added on the sidelines of the Munich Security Conference.

Between 2021 and 2024, EU countries’ total defence spending rose by more than 30 per cent to an estimated €326bn, about 1.9 per cent of the bloc’s GDP, according to official data.

Trump has put heavy pressure on Nato members to increase their defence spending to as much as 5 per cent of GDP.

Papperger was speaking as European leaders reeled from Trump’s decision to call Vladimir Putin to start “immediate” negotiations over a deal to end the war in Ukraine without consulting Europe or Kyiv.

As European leaders grappled with how to ensure the continent’s security after US threats to drastically reduce its support, the outspoken defence executive said that demand for arms in the region would remain strong even in the event of a ceasefire between Ukraine and Russia.

“The Europeans and the Ukrainians have nothing in their depots,” he said, referring to low stocks of arms held on the continent.

Rheinmetall’s share price, which has nearly quadrupled since Russia’s full-scale invasion of Ukraine, initially fell after Trump’s plan for peace talks was announced last week.

But European defence stocks, including Rheinmetall, have rallied since then as investors bet that governments in the region would have to massively increase military spending in response to growing fears of a US retreat from its decades-long role as a guarantor of the continent’s security.

Papperger, who is believed to have been the target of a foiled assassination plot by Russia last year, voiced doubt that Trump’s peace talks would actually lead Russia to “stop firing”.

He said his company would benefit even if there was a ceasefire because Europe would continue to invest in weapons as it confronted the threat of Russian aggression.

“Even if the war [in Ukraine] stops — if we think that we have a very peaceful future, I think that’s wrong,” he said.

Germany, Europe’s largest economy, spent about 2 per cent of GDP on defence last year. Nato secretary-general Mark Rutte has said the alliance’s target would have to rise to “considerably more than 3 per cent”.

Papperger said that, following nationwide elections on Sunday, he expected Germany’s next government to rapidly relax strict debt rules to enable more defence spending, even though election frontrunner Friedrich Merz is officially committed to keeping them in place.

“I personally believe that will happen, and it will happen immediately,” he said.

Shares in European defence groups have soared since Russia’s full-scale invasion of Ukraine in 2022 and received a further boost on Monday after US vice-president JD Vance cast further uncertainty over the weekend on Washington’s commitment to ensuring the continent’s security. 

Rheinmetall has been one of the biggest beneficiaries of rising global insecurity. Papperger told the FT he expected annual sales worth €30bn to €40bn within the next five years — a sharp increase from the €5.7bn the company reported in 2021, before Russia’s invasion of Ukraine.




giovedì 16 maggio 2024

A dieci anni dal golpe Usa a Kiev e dall'inizio della guerra NATO in Ucraina, le immagini di un orrore da non dimenticare

La propaganda occidentale ha fatto passare completamente sotto silenzio il decennale dalla destituzione del presidente ucraino regolarmente eletto, Viktor Janukovyč, con l'insediamento del governo fantoccio deciso a Washington e affidato all'oligarca del cioccolato Petro Poroshenko.

Con ciò, e con la resistenza delle popolazioni del Donbass alle imposizioni filo-occidentali e al simbolico ma "pesante" divieto di utilizzare la lingua russa a livello ufficiale, iniziava di fatto la guerra sostenuta dalla Nato. 

Pesanti i bombardamenti delle truppe regolari e irregolari ucraine (tra queste ultime il famigerato Battaglione banderista Azov), sostenute dall'Occidente, sui civili a Donetsk e Lugansk. 

Le immagini che giungevano dalle fonti delle due Repubbliche popolari resistenti erano tremende. Passate sotto silenzio completo (o quasi, una sola testata giornalistica - la Padania - le pubblicò) oggi sono decisamente "proibite". Nel mio archivio ne ho ritrovate diverse. 

Sono più che esplicite, per stomaci forti, non plagiati dalla propaganda Nato. Ma non vanno dimenticate. Eccovene qualcuna. Quelle ancora più disgustose non mi sento di pubblicarle. Ma sappiate che siamo stati complici di veri crimini atroci di guerra.

Agosto 2014, Lugansk, Donbass, Ucraina, Europa. Questi sono i "valori occidentali" in opera.

















giovedì 28 settembre 2023

L'amo da pesca. Ma serve proprio uno spot pubblicitario per farci finalmente ragionare intorno a ciò che conta davvero?

Sì, lo so. È l'ultima arma di distrazione di massa. Il più grande successo dei creativi pubblicitari degli ultimi tempi: far parlare il più possibile, nel bene come nel male, del prodotto. A qualunque costo.

Ma stavolta ci casco pure io con tutti e due i piedi, perché la cosa mi tocca per molti motivi, anche profondamente personali. Ed è una scelta narrativa che entra - giustamente, dico io - a gamba tesa in un momento in cui è sempre più alta la sana insofferenza nei confronti dell'oscena cultura dominante del benpensiero unico e politicamente correttissimo. Quella per cui è obbligatorio rappresentare famiglie separate felici, famiglie multietniche felici, famiglie GLBTQWERTYUIOP+++ felici.

Ma ogni "famiglia del Mulino Bianco", quella tradizionale eterosessuale bianca, è ormai bandita pena le accuse più indecenti. E ora cosa capita? Appare una bambina - ferocemente manipolatrice come tutti i bambini, e questa è la parte meno edificante dello spot - che in una ex famiglia bianca "normale", quella che felice non può più essere pena il rogo della nuova santa inquisizione woke - sia infelice e lo manifesti con chiarezza. Parecchio infelice e anche strappalacrime.

Capita pure, caso oggi più unico che raro, che si tratteggi una madre dura e un papà tenero. Da non crederci. Iugula! Non viene detto, ma appare chiaro chi, in questa narrazione, abbia imposto la separazione e chi l'abbia subita. Non sia mai che a subire una violenta rottura dei propri legami, dei propri sentimenti e dei propri sogni di avere una famiglia tranquilla e moderatamente serena sia stato il "patriarca" maschile e non la femmina. Non sia mai. Scorrettissimo. E invece accade. Signori, sì, accade. E nella realtà è molto più frequente di quanto lo si possa immaginare: anche l'uomo soffre, anche la donna può essere cinica e violenta, anche solo a livello psicologico.  

Ammiccare in questo momento a questa parte di società, ahimé sempre più numericamente importante, è scelta coraggiosa. E - probabilmente - ripagherà la scelta pubblicitaria di sposarla. Normalmente non amo molto Nicola Porro, ma gli riconosco spesso il coraggio di essere controcorrente, quando lo è. E stavolta lo è stato. Condivido ogni parola dell'articolo di Federico Punzi che ha pubblicato sul suo sito, per quel che può valere.

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Peaches en Regalia, Frank Zappa





giovedì 15 giugno 2023

Ancora una tragedia assurda figlia di un'epoca del tutto malata e criminale. Grazie ai social e ai media

"Roma - Una challenge per dimostrare l'abilità a sfrecciare oltre i 100 chilometri orari quante più ore possibile a bordo di un bolide. Tutto ripreso coi cellulari e da condividere su YouTube. Cinque influencer di 20 anni - tra i quali una ragazza - a bordo di un suv Lamborghini, preso a noleggio per l'occasione, hanno invece spezzato la vita di un bambino di 5 anni, Manuel, e ferito gravemente la sorellina di 4 e la mamma." (da "La Repubblica" 15 giugno 2023)

Essere dei perfetti coglioni a vent'anni è normale. Quando però a certi coglioni si consente di maneggiare le armi cariche di uno "smartphone" e di una Lamborghini, siamo in presenza del segno distintivo della patologia gravissima di questa società malata terminale e dei suoi modelli criminali amplificati dai social e dai media.




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Cimieri - È pura follia

giovedì 25 maggio 2023

Abbattuta la torre delle Onde Medie a Siziano, la Rai ha distrutto un monumento della storia della radio



25 maggio 2023. Anche questa è "cancel culture". Hanno abbattuto un monumento alla storia della radiofonia, oltre che uno strumento capace - le emergenze insegnano - di raggiungere tutti soltanto attraverso una radiolina a pile, anche quando tutti i collegamenti in Fm, in rete e tramite altri mezzi sono interrotti e/o manca la corrente elettrica. Provo infinita vergogna per un "servizio pubblico" così indecente da cancellare la sua storia e le sue infrastrutture ancora oggi potenzialmente più utili. E, insieme ad esse, anche la nostra stessa storia e il nostro futuro.

"Abbattuta stamane l'antenna RAI che fino al 10 settembre scorso aveva irradiato rai radiouno in onde medie sulla frequenza 900kHz. Giorno triste per chi come me ama la radio, quella vera in onde medie... Il segnale di questo trasmettitore la sera e la notte era ricevibile perfettamente in tutta Europa con una semplice radiolina, da qui veniva irradiato ai tempi il "notturno italiano" che consentiva agli italiani all'estero di rimanere in contatto con la madrepatria senza l'impiego di altre infrastrutture come satelliti o internet. Una scelta che non condivido e che mi rattrista profondamente: le onde medie permettevano l'ascolto anche nelle zone mal servite dalla FM, e potevano tornare utili in caso di emergenza: quantomeno a mio avviso sarebbe stato saggio mantenere gli impianti anche spenti ma riattivabili in caso di necessità, oltre che per la loro importanza storica. Invece no: oggi pomeriggio verrà abbattuta anche la seconda torre che fino al 2004 aveva irradiato radiodue e fino a pochi mesi fa una emittente locale". (Enrico Bonisolo)

Foto: Adriano Ronchi e Alvaro Giuseppe Pegorini.

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mercoledì 3 maggio 2023

Censura e propaganda come se piovesse, ma la chiamano "Libertà di stampa". E, il 3 maggio, la vorrebbero anche celebrare

Oggi, 3 maggio, sarebbe la giornata mondiale della libertà di stampa. Meglio sarebbe dire, è la giornata mondiale dell'ipocrisia delle cosiddette "democrazie" occidentali. Mentre Julian Assange continua a languire in carcere, alla faccia della libertà di stampa, l'informazione divenuta meschina propaganda di guerra continua a violentare se stessa. E dell'anniversario - caduto proprio ieri - dell'orrenda strage nazista di Odessa, compiuta dagli amici della Nato, la libera stampa non ha affatto parlato. Più che libertà di stampa, obbligo di silenzio. Oppure libertà di stampa sì, ma soltanto delle veline dei padroni.






Tutte le reaz


lunedì 19 luglio 2021

G8, Vent'anni fa io ero a Genova. Ecco il mio racconto nell'intervista a Barbara Tampieri.

Vent'anni fa io c'ero. Ero là, a fare il mio lavoro di giornalista. A respirar fumogeni e a scappare, rincorso ora dalla polizia, ora dai manifestanti. L'idea che mi feci, e che descrissi, è che si trattò di una trappola perfettamente architettata. Una sconfitta che i promotori della "contestazione alla globalizzazione" ancora non vogliono ammettere: il disastro fu soltanto colpa loro. Il perché l'ho raccontato in modo articolato ed argomentato nel 2014 al blog "L'Orizzonte degli Eventi" dell'amica Barbara Tampieri. Un blog brutto, sporco e cattivo, visto che i social benpensanti, a partire da Facebook, si rifiutano di linkarlo. Ecco perché riprendo quell'intervista e la ripubblico qui. Per chi fosse interessato a una visione diversa da tutte le altre. Vent'anni dopo.

                                                                                                                 (foto Internet)

La crociata di luglio del duemilauno. Intervista eretica a Giovanni Polli sul G8 di Genova

Anche quest'anno nel mese di luglio si riapre la ferita di Genova e di quel famigerato g8 che, anno dopo anno, ci ricorda che da allora tutto è cambiato e che il mondo che è derivato, direttamente o indirettamente, da quella battaglia così anti-moderna perché combattuta corpo a corpo, non è per niente bello e non promette niente di buono per il futuro.
Giorni fa ho riparlato di quell'estate violenta del 2001 con un amico, Giovanni Polli, che mi diceva di aver vissuto in prima persona, da diretto testimone, in quanto giornalista inviato, quelle giornate e di averne da raccontare una storia diversa da quelle ufficiali dei media mainstream e di quelli indipendenti.
Ecco quindi il suo racconto di quel maledetto G8, che potrà suonare francamente eretico a chi si è nutrito finora unicamente delle versioni che si limitano a demonizzare acriticamente e faziosamente i rispettivi avversari ideologici e ad imputarne la violenza ad un oramai poco sostenibile principio di casualità e spontaneismo.
A tredici anni di distanza credo si possa e si debba andare oltre la propaganda di guerra – perché di guerra si trattò - per entrare nella disamina storica e non manichea degli eventi, senza paura di dover eventualmente rivedere alcune delle proprie convinzioni su chi fossero i buoni e chi i cattivi, per scoprire magari che entrambe le parti in causa furono coinvolte in un gioco, un battle royale di cui persero presto il controllo.
Continuare a capire il perché di quella tragedia è fondamentale. Noi proviamo a farlo con questa intervista. Buona lettura. (Barbara Tampieri)

"Intervista a Giovanni Polli sul G8 di Genova 2001"

Giovanni, tu a Genova c'eri come giornalista incaricato di documentare quelle giornate. Vuoi raccontarci cosa hai visto?

Per un giornalista schierato idealmente ma non dichiaratamente “embedded” con una delle due parti in causa, come mi sono posto io in quella occasione, gli eventi legati al G8 di Genova sono stati una vera e propria sfida. Osservare senza preconcetti ideologici come nasce, si sviluppa e arriva a conclusione una pianificata e violentissima “guerra” di strada è stata una palestra importantissima in cui poter esercitare lo spirito critico, avendo a cuore un’informazione eretica e al di là dei partiti presi. Ho usato la parola “guerra” non a caso. Perché era quella usata, del tutto irresponsabilmente, dal leader delle allora tute bianche Casarini nella sua famosa “Dichiarazione di guerra” alla zona rossa, l’area di Genova proibita che le manifestazioni “no global” non avrebbero mai potuto per nessun motivo toccare. 
Ho visto tantissimi manifestanti con intenzioni pacifiche non rendersi conto che, seguendo certi leader e certe parole d’ordine, sarebbero andati al massacro di se stessi e delle loro sacrosante ragioni ideali. Ho visto poi una vastissima area grigia di manifestanti non dichiaratamente violenti, ma che non attendevano altro che qualcuno desse il la per iniziare a menare le mani e a sfasciare tutto, vetrine, teste ed ogni cosa capitasse a tiro, con una rabbia piuttosto cieca e demenziale. 
Ho visto forze dell’ordine, nei primi momenti, impreparate ad una violenza che era comunque nell’aria. Impossibile non ricordarsi immediatamente della lezione di Pasolini a Valle Giulia. Il giorno prima dei fatti di Piazza Alimonda ho visto passare sotto i miei occhi, negli scontri, un giovane carabiniere portato via con un enorme squarcio alla testa, proprio vicino al loro mezzo dato alle fiamme, quello che si è visto in tutte le riprese. E ho pensato, dopo la morte di Giuliani, che il fatto che fosse morto un manifestante e non uno “sbirro” sia stato puramente casuale. 

Stai forse dicendo che finora in questi anni ci siamo focalizzati sulle brutalità poliziesche e molto meno sulle violenze della controparte, cioè della parte organizzata dei manifestanti?

Sarebbe utile ripensare tutto, di quei giorni. Purtroppo circolano ancora sempre e solo le due versioni ufficiali e ideologiche. Versioni di comodo. Che si sia trattato di una macelleria messicana per i manifestanti, e in effetti la reazione pianificata a tavolino alla Diaz non è stata certo una bella pagina di Storia, o che si sia trattato di una questione di ordine pubblico dall’altra. Torti e ragioni sono certamente da rileggere, e l’imbarazzo continuo dei leader della contestazione no global di quei giorni non viene cancellato dal tentativo di agiografia del presunto eroe caduto dalla loro parte. Un po’ di rottami ideologici di due decenni prima affidati alle armate Brancaleone dei centri sociali sono purtroppo riusciti a trasformare le profonde ragioni politiche della contestazione al G8 ed alla globalizzazione in torti altrettanto profondi. Non è un caso se da quel momento il movimento “no global”, che due anni prima a Seattle era veramente uscito come vincitore morale e politico, è stato definitivamente sconfitto. A chi ha giovato la violenza programmata, pianificata e dichiarata dei contestatori? In quei momenti pensavo: “Accidenti, ma se queste migliaia e migliaia di persone anziché ingaggiare una guerriglia assurda sfilassero gandhianamente in rigoroso silenzio a mani alzate, farebbero molto, molto più rumore ed avrebbero già vinto”. E invece hanno perso, ed abbiamo perso tutti. Giuliani, anche la vita.

Il g8 di Genova è uno degli eventi piú documentati della storia recente. Esistono migliaia di ore di filmati, soprattutto di controinformazione, atte a documentare la repressione poliziesca ma, da ciò che adesso mi racconti, mi accorgo che manca effettivamente quasi del tutto la registrazione della violenza della controparte. È una cosa voluta?

Secondo me sì. Voluta da tutti. Quello che è andato in scena in quei giorni è stato un drammatico, anzi tragico, teatro di massa. Il fatto è che la stragrande maggioranza degli attori erano semplici comparse e non lo sapevano. Credo che l'identità della vittima, un manifestante e non un poliziotto o un carabiniere, sia stata poi determinante perché si siano lasciate le cose, dal punto di vista dell'"informazione", così come sono state lasciate. So per certo, perché ho parlato con chi lavorava in questo senso, e perché è prassi normale durante tutte le manifestazioni, che vi sono anche ore e ore di filmati realizzati dalle forze dell'ordine con le violenze da parte dei manifestanti. E' tutto materiale che è stato perfettamente registrato. Che poi si sia scelto un basso profilo informativo e non si sia combattuta la guerra e controguerra dei filmati è naturale. Da parte di chi avrebbe dovuto gestire l'ordine pubblico, e da parte dello Stato che l'ha gestito a modo suo con le rappresaglie che sappiamo, era ed è del tutto inutile mettersi al livello della propaganda dell'altra parte in campo. Meglio il silenzio, decisamente. Diciamo così che, dopo la sconfitta politica delle ragioni dei "no global", e dopo quanto accaduto alla Diaz e a Bolzaneto, e con il processo (a mio avviso indegno) a Placanica, a che sarebbe servito buttare altra benzina sul fuoco? Il risultato sul campo è stato evidente, direi, al netto di tutte le lamentazioni.

Lo sai che stiamo dicendo che, per semplificare al massimo, una parte consistente dei manifestanti non era affatto innocente, come ha sempre raccontato la voce "indipendente"? Sento odore di rogo per entrambi noi...

La copertura “indipendente” si fa coincidere, di solito, con quella di area “no global”. Quindi di parte. Un paio di esempi simbolici ma concreti. Vero che Casarini aveva “dichiarato guerra”, ma il tentativo dei “no global” nel loro complesso era stato quello di accreditarsi come manifestanti pacifici. Vero, la gran parte di loro lo era. Ma una consistente, consistentissima area non lo era affatto. 
Qualche esempio? Ho chiacchierato tranquillamente, la sera del primo giorno di disordini, con un manifestante come tanti. Era greco, non aveva nemmeno l’aspetto del frequentatore tipico dei centri sociali Aria da bravo studente, mano nella mano con la sua ragazza. Gli chiedevo se ritenesse giusto mettere a ferro e fuoco una città, distruggere vetrine ed auto, alcune delle quali appartenenti tra l’altro agli stessi manifestanti. La sua risposta fu chiara: "dobbiamo distruggere il potere, è giusto sfasciare tutto. Dare fuoco a case e auto è il miglior modo per “fottere il potere”". Convinto lui. 
La sera poi del concerto di Manu Chao, dal palco lo speaker aveva esortato tutti a mettersi il casco, il giorno dopo, “perché nessuno si dovrà fare male. Almeno nessuno di noi”, aveva aggiunto ammiccando pesantemente. Nessuno racconta quindi, né ha mai raccontato, della precisa e dichiarata volontà di non essere poi così pacifici come hanno tentato di spacciarsi.
Nessuno ha mai ricordato abbastanza il nome del “locale” che Casarini gestiva al centro sociale Rivolta di Marghera, vale a dire l‘osteria “Allo sbirro morto”. Né si è raccontato a sufficienza che nel cortile della Diaz i manifestanti si allenavano agli scontri. In quei giorni ho cercato invano testimonianze giornalistiche che dessero conto anche di questi dati, ed anche dello stato d’animo delle forze dell’ordine, tutt’altro che preparate ad attacchi di quella violenza, e dopo tre giorni frustrate dai continui attacchi, di cariche e controcariche, botte date e botte prese. Nessuno ha raccontato che, nell’ultimo corteo, si tentò di deviare il flusso verso il quartier generale delle forze dell’Ordine sul lungo mare. Sarebbe stato un massacro. A prezzo di scontri furibondi, altre botte, incendi e devastazioni, e dell’uso di terribili lacrimogeni di tipo nuovo che ricordo benissimo anch’io per averne subito gli effetti micidiali, si riuscì ad evitare il peggio. Pensavo di trovare tutto questo in qualche resoconto. Ma purtroppo ho visto solo un grande vuoto.


Parliamo invece della copertura mainstream del G8.

Ho un ricordo personale. Una carica e contro-carica in cui io, insieme a Fabio Cavalera del "Corriere della Sera", ci siamo trovati esattamente in mezzo. E, proprio mentre stavamo correndo durante l'inseguimento non so se dei manifestanti verso i poliziotti o viceversa, lo stavo intervistando in diretta per la radio. Non vorrei compiacermi io, adesso, del lavoro che svolsi, ma il giornalismo vero, in quei momenti, avrebbe comportato il raccontare come ci stava solennemente pestando da entrambe le parti. In quei giorni mi sono mosso con grande libertà, e avevo l'accredito sia da una parte come dall'altra. Sono stato mezza giornata alla Diaz, a vedere quel che faceva il movimento, a parlare con i ragazzi, a fare un paio di domande anche ad Agnoletto, che mi pareva un personaggio del tutto inadeguato, ed è un eufemismo, a manovrare quella enorme polveriera. Non mi sono sentito affatto embedded, ma del tutto libero. Un altro ricordo: una collega è stata sfiorata da una enorme biglia di acciaio che arrivava, chiaramente, dai manifestanti. L'ha raccolta e se l'è tenuta per ricordo. Erano ben armati tutti. D'altra parte era stata o no dichiarata una guerra? Eppure la logica del giornalismo per partito preso è andata per la maggiore, e ancora - parlando di quei giorni - non sembra proprio che sia cambiata. D'altra parte questa è l'Italia, che non mi pare molto ben messa nella classifica della libertà di informazione, tra i Paesi occidentali.


Le violenze della polizia comunque innegabilmente ci furono e le più gravi furono compiute a freddo, al di fuori del teatro di scontro delle strade, a Bolzaneto e alla Diaz. Quale pensi sia stato il ruolo delle forze dell'ordine in quel contesto? C'era una regia dove la macelleria messicana era prevista o nella confusione e nel conflitto di poteri a qualcuno sfuggì di mano la situazione? 

Sinceramente non credo che vi fu una sola regia dietro le forze dell’ordine. Ho parlato molto anche con alcuni carabinieri e poliziotti. La loro rabbia e frustrazione nell’essere stati oggetto per tre giorni di fila, nella migliore delle ipotesi, di sputi e scherni continui, ma soprattutto di attacchi di una violenza esagerata da parte dei violenti armati di tutto, era davvero profonda. Per quello, guardandoli in viso, ho pensato molto alla lezione di Pasolini. 
La macelleria messicana della Diaz e di Bolzaneto è stata invece a mio avviso tutta un’altra cosa. Quelle operazioni, tra l’altro, furono condotte da reparti ben diversi da quelli in piazza in quei giorni. Qualcuno decise che, dopo tre giorni in cui le ragioni della contestazione erano già state distrutte di fronte all’opinione pubblica insieme alle case, ai negozi, alle auto e alla pace di Genova, ci si sarebbe potuti “togliere lo sfizio” di impartire una sorta di severa lezione definitiva al movimento “no global”. Un’azione sicuramente condannabile e condannata, e che sancì il definitivo trionfo dei poteri che oggi fanno di noi il bello e il cattivo tempo. Senza manganelli, oggi, ma con i colpi di Stato mascherati e la sottrazione definitiva della sovranità dei cittadini in favore di quella della grande finanza e dei grandi potentati internazionali.

La domanda, a questo punto, è quasi inutile ma te la pongo lo stesso. Perché, secondo te, il maggiore partito della sinistra allora (una delle incarnazioni del sempiterno serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD, per utilizzare la metafora di Costanzo Preve)  non partecipò ai cortei e non fornì neppure il suo celeberrimo servizio d'ordine a difesa dei manifestanti pacifici contro gli inevitabili provocatori previsti ed attesi in quelle giornate?

Diciamo che un servizio d’ordine serio non ci fu per nulla. Il maggior partito della sinistra di allora, che aveva voluto, organizzato, pianificato la riunione del G8 dopo essere stato il fedele cagnolino dei poteri che avevano voluto le bombe su Belgrado, come avrebbe potuto mostrarsi così incoerente di fronte ai grandi alleati del mondo? 
E a vergogna perenne dei celebrati leader “no global” è proprio il non aver capito, o aver fatto finta di non capire, che mettere in marcia migliaia e migliaia di persone in quelle condizioni sarebbe stato un suicidio. Soprattutto dopo averne aizzate le parti più esagitate con parole d’ordine che, se fossero state usate in altre situazioni da altri campi politici, avrebbero fatto gridare al ritorno dei nazisti. Evocare la guerra non è uno scherzo. Eppure hanno giocato con la benzina e i fiammiferi. E non ci hanno pensato due volte a mandare al massacro anche gente forse sprovveduta, che pensava di andare a fare una scampagnata, ma pacifica, inerme e, soprattutto, con tantissime ragioni ideali da dover difendere. 

Secondo la vecchia logica della "destra e sinistra", chi ha politicamente guadagnato di più dalle botte di Genova?  Vi erano stati disordini e repressione anche a Napoli pochi mesi prima, quando il governo era di centrosinistra.

A una domanda di questo genere posta nel 2014, quindi ragionando ex post, ti direi tranquillamente “tutte e due”. Perché destra e sinistra oggi sono soltanto parole che rappresentano etichette del secolo scorso. Già allora il G8 fu una sorta di prodotto di “larghe intese” non dichiarate, dal momento che il G8 fu preparato da D’Alema e gestito da Berlusconi. Lo stesso D’Alema che aveva dato il via alle bombe su Belgrado, soltanto tre anni prima, non era certo Alice nel Paese delle meraviglie. Non poteva non sapere che cosa avrebbe significato un’occasione del genere per gli sciagurati “antagonisti” che pensavano, nella migliore delle ipotesi e solo per essere buoni, di apparire come lo studente di fronte al carro armato in piazza Tien An Men. Ha senso davvero parlare di “sinistra o destra”? Ci hanno guadagnato davvero, e tantissimo, tutti gli artefici e i sostenitori della globalizzazione.

Ti sei fatto un'idea su chi fossero e da dove venissero i misteriosi black bloc che imperversarono pressoché indisturbati a Genova? Truppe mercenarie, come i gruppi di ultras calcistici arruolati perché buoni conoscitori del territorio - e vengono in mente i disordini in zona Marassi, attigua allo stadio - o partecipanti in buona fede alla chiamata alla crociata?

Avere le prove provate di chi siano veramente, che cosa rappresentino e per conto di chi agiscano i black bloc sarebbe come avere in mano il Sacro Graal. O i nomi dei mandanti delle stragi dei misteri italiani. Di fatto, non sono soltanto italiani, sono internazionali. Sono professionisti della guerriglia urbana, perfettamente addestrati a svolgere il loro compito, riuscendo senza alcuna fatica a tirarsi dietro quella che ho chiamato la "zona grigia" della protesta. Quelli, cioè, che a parole sono pacifici, ma si bardano e si abbigliano come se dovessero andare alla guerra. E infatti ci vanno, e quando qualcuno suona la carica diventano ottimi sprangatori pure loro. Ed è tutta manovalanza se si vuole anche in buona fede, ma a chi tiri la volata è evidente. E' evidente però che alla testa vi siano siano truppe mercenarie senza scrupoli e pronte all'uso, prescindendo dall'ideologia dichiarata. E' appena il caso di ricordare quello che è accaduto a Kiev pochissimi mesi fa, dove personaggi di questa stessa risma, ben sobillati e ben strutturati, hanno addirittura portato a termine un colpo di Stato. Guarda caso, a favore degli stessi poteri che a Genova si sarebbero voluti teoricamente contestare. Mi pare che chi voglia riflettere su questo lo possa fare... Non si tratta di dietrologie, ma di semplici ragionamenti logici.

C'è quindi un'altra storia del G8 di Genova ancora da raccontare? Riusciremo mai ad averne una storia veramente completa, chiara ed obiettiva?

Più che una storia ancora da raccontare, ci sarebbe una storia da interpretare. Per me vale il principio del “cui prodest?”, per cui tutto quel gran disastro pianificato in quel modo, da una parte come dall’altra, alla fine ha portato esattamente al risultato sperato. Dal potere, naturalmente. Come si può partire “armati” dell’intenzione di assaltare chi deve proteggere i “grandi” otto della terra, tra cui il presidente degli Stati Uniti, e pensare veramente di vincere uno scontro sul terreno? C’è un limite logico, in cui le velleità e le ingenuità non possono essere spiegate e spiegabili se non con una strategia che vada ben oltre le apparenze.

Pensi che il G8 di genova possa essere annoverato tra i misteri italiani?

Misteri italiani sì, perché prove non ce ne possono essere, e le verità giudiziarie sono – appunto – verità delle aule di quegli stessi tribunali che non hanno mai chiarito proprio un bel nulla a proposito dei veri mandanti dei “misteri”. Quello che si può fare, per avere un po’ di chiarezza, è ragionare per logica deduttiva e comparativa. Se poi qualcuno definisce la chiarezza di quel che è accaduto come “dietrologia” non ci si può fare niente. Ma, ragionando a contrario, torno a dire che il potere sperava che andasse a finire esattamente come è finita. E non sarebbe potuto finire diversamente. Il fatto che la vittima sia stata un manifestante anziché un carabiniere o un poliziotto non sposta assolutamente di una virgola il significato di quanto è accaduto. Anzi, se a morire fosse stato il carabiniere Placanica anziché Carlo Giuliani, il potere avrebbe avuto ancora più le sue “ragioni” a porre in essere la rappresaglia del tutto ignobile e fuori luogo che comunque ci fu alla Diaz e a Bolzaneto. E’ finita che chi le ha prese le ha prese, e la globalizzazione ha stravinto come previsto.  

Secondo te la critica alla globalizzazione ed al capitalismo assoluto è definitivamente morta sotto le mazzate del G8? Ricordo un certo compiacimento allora da parte dei TG, mascherato da un atteggiarsi a giornalismo verità all'americana, nel mostrare i pestaggi sui manifestanti inermi di corso Italia. Il messaggio "guardate cosa vi può succedere se vi ribellate" in effetti si è rivelato molto efficace, come prevenzione di future contestazioni. 

Il movimento cosiddetto “no global” sì. La critica definitivamente morta no, di certo ha subìto una sconfitta dalla quale si deve ancora rialzare. I resti dei “no global” sono definitivamente dispersi. Buona parte di quelle persone, più o meno in buona fede, sono “entrate in banca”, come si diceva una volta, appoggiando magari – penso in particolare all’ala cattolica dei manifestanti - la stessa “sinistra” oggi renziana, quindi portatrice degli stessi interessi che si pretendeva di contestare. I cosiddetti “centri sociali”, invece, da lì in poi si sarebbero dimostrati sempre più come semplici contenitori di cani da guardia del regime. Forse che hanno contestato qualcosa o qualcuno, dal momento del golpe Monti in poi? Forse che con l’introduzione dell’euro hanno organizzato qualcosa di evidente, di rilevante, di strategicamente sostenibile contro la globalizzazione? O forse non dovevano disturbare troppo il manovratore? Oggi soltanto una consapevole alleanza non ideologica contro la globalizzazione e il capitalismo finanziario può avere qualche speranza di mobilitazione. Le vecchie barricate, vere o finte che fossero, sono ormai sfondate.

Finora mi hai descritto il clima di quel G8 genovese come qualcosa di molto simile ad una guerra. Possiamo ipotizzare quindi in conclusione che in quei giorni il messaggio sia stato: "C'è da combattere il vostro nemico, scendete sul campo e lottate". Come per le crociate. E che il messaggio criptato che forse oggi riusciamo a decriptare meglio con il senno di poi, fosse "che noi ci spartiremo il bottino"?

Più o meno. Una recita, come ho già avuto modo di dire. D'altra parte occorreva assolutamente fare in modo, per i detentori del potere, che non si ripetesse lo smacco di Seattle. Lì, anche se pure c'erano stati scontri violenti, l'immagine dei contestatori del WTO era uscita molto più limpida e pulita di quella dei ricchi signori che si erano seduti a pianificare come si sarebbero spartiti il Pianeta. Occorreva quindi assolutamente ribaltare l'immagine degli attori in campo e far passare a tutti i costi i "no global" per quello che poi sono passati. Violenti, anarchici, distruttori, casseurs senza regole né remore, privi di una leadership credibile o di una strategia logica. Chi ha vinto lo sappiamo benissimo. Durante gli scontri dell'ultimo corteo vicino al lungomare, ricordo un manifestante, di quelli pacifici mandati al massacro, che telefonava piangendo un po' per i lacrimogeni un po' per la rabbia, e spiegava che quelli come lui erano stati fregati, e che lui non ci sarebbe cascato mai più, e che i leader giottini, con quel che avevano provocato o lasciato che accadesse, erano stati i primi alleati del potere. Se n'era accorto, un po' tardi ma se n'era accorto. Mi sorprendo sempre quando penso che c'è qualcuno che non se n'è accorto ancora oggi. Tredici anni dopo.

Postilla: pare che nessuno se ne voglia accorgere nemmeno dopo vent'anni. (GP)

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Mi chiamo Gioann March Pòlli (Giovanni Marco Polli all'anagrafe italiana). Sono giornalista professionista e per quasi diciotto anni mi sono occupato di politica, culture e identità per il quotidiano la Padania. Credo nella libertà assoluta di pensiero e odio visceralmente le catene odiose del "politicamente corretto". E non mi piacciono, in un libero confronto di idee, barriere ideologiche, geografiche o mentali. Scrivetemi a camera.nord@libero.it